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Il giornalismo e la politica americana, visti da un inglese

Il regista de “L’Ultimo Re Di Scozia”, premio Oscar per il miglior attore protagonista, è giovane e vanta uno humour sottile, tipicamente inglese, di cui fa uso più volte per lanciare qualche frecciatina a Brad Pitt, che inizialmente doveva essere il protagonista di “State Of Play”, e che ha lasciato il progetto a pochi giorni dalle riprese. Al suo posto, un carismatico Russel Crowe, sempre con la sua aria un po’ da duro un po’ da rockstar sposata all’alcool, qui nei panni di un giornalista investigativo, un buono che è disposto a forzare l’etica del suo mestiere pur di far emergere una scomoda verità, di quelle che a Washington la politica tenta di affossare sotto i sorrisi e le foto ufficiali. A fargli da contraltare, un ritrovato Ben Affleck, perfetto nella parte del politico rampante, e un po’ ingessato.

State Of Play” traccia un ritratto impietoso del giornalismo, marcando la differenza tra quello della carta stampata e quello dei blog: come vede lei il futuro del giornalismo cartaceo negli Usa, oggi in crisi?
Guardando agli Usa si direbbe che di qui a trent’anni sia davvero possibile che la gente non legga più i giornali, lì il canale principale dell’informazione è Internet. Per me l’importante è il buon giornalismo, che sia di carta stampata o Internet. Certo, i blog in Usa spesso non sono forieri di notizie attendibili, tuttavia ho saputo che il Washington Globe sta per assumere cinquanta giornalisti investigativi, è un buon segnale, si sono resi conto che il gossip, i falsi retroscena e le polemiche su temi in fondo sterili non sono buon giornalismo.

Un altro tema è quello della privatizzazione degli eserciti, di cui poco si è sentito parlare a proposito del conflitto in Iraq. È stato difficile documentarvi al riguardo, avete ricevuto pressioni?
Be’, un argomento come questo tende ad essere top-secret, è un giro di affari enorme e ci sono interessi politici da cui la stampa un po’ è tenuta lontano e un po’ si tiene lontano. La situazione degli eserciti mercenari è pericolosa, immorale, prima un soldato combatteva per dei valori, la patria ecc., o almeno così si credeva, adesso è un professionista della morte, i soldi vengono prima di tutto. Ci tengo a sottolineare che la cospirazione di cui si parla nel film è vera. Il giorno in cui la stavamo girando accanto a me sedeva un membro del congresso, un repubblicano dell’estrema destra amico di Bush, perché poi spesso i potenti si interessano all’arte, mi dice: “Be’, è un’esagerazione!”. Quando giravamo avevamo percepito che ci sarebbe stato un cambio di governo, e infatti il personaggio di Ben Affleck è un democratico. I cittadini si aspettano che i democratici blocchino la privatizzazione degli eserciti, ma una volta saliti al potere non lo fanno, perché in fondo pensano che sia meglio che a morire siano mercenari e non soldati, questo è il ragionamento.

Anche la fine dell’impero romano è segnata dal passaggio dall’esercito regolare ai mercenari…

E infatti ho voluto raccontare la fine degli Stati Uniti! Scherzo, ma un parallelismo c’è e non ho problemi a farlo. Il mio prossimo film, le cui riprese inizieranno la prossima estate racconta la storia della costruzione del muro di Adriano in Inghilterra, e tutti gli attori sono americani! [PAGEBREAK]
Com’è andata la storia degli interpreti? Inizialmente la parte del giornalista Cal McAffrey doveva essere di Brad Pitt, che però ha rinunciato a pochi giorni dall’inizio delle riprese, ed è stato così sostituito da Russel Crowe. Un cambio che si è rivelato fortunato perché Crowe nella parte è perfetto.
Credo molto nella fortuna, effettivamente! Quando giri un film devi essere deciso ma anche aperto, accettare gli imprevisti. La rinuncia di Brad Pitt si è rivelata favorevole, perché mi ha consentito di scegliere gli attori. Pitt si era proposto, poi ha rinunciato e io mi sono ritrovato in una situazione difficile perché a quattro giorni dalle riprese avevamo già speso 20 milioni ma mancava l’attore principale. Per la parte di Collins (il politico, futuro candidato alla presidenza degli Usa, e a capo della commissione che controlla le spese per la difesa, ndr) ho quasi subito pensato a Ben Affleck, che da un po’ di tempo non è tra gli attori più gettonati di Hollywood, per me è perfetto in questo ruolo, rappresenta l’archetipo del politico kennediano, è telegenico, dà una sensazione di superficialità, è un teen-idol, è un po’ il signorino sempre a posto della situazione, e come contraltare ha Russel Crowe, che è un po’ il segno dell’eccesso, il disfacimento totale! Ecco, se dovessi sottolineare una differenza tra Crowe e Pitt nel modo di rapportarsi al personaggio è che per Crowe viene prima il personaggio, Pitt è prima di tutto una star.

Lei nasce come documentarista, questo influisce sul suo modo di rapportarsi alla sceneggiatura?
Sì, soprattutto per questo film, tratto da una serie televisiva della BBC. La sceneggiatura originale di Carnahan non andava bene perché troppo vicina alla versione televisiva. Con Tony Gilroy abbiamo riscritto tutto concentrandoci soprattutto sui rapporti dei personaggi. È in questa fase che emerge il mio approccio da documentarista, perché cerco la realtà dei fatti. Cerco di andare a conoscere di persona quello che devo raccontare, sono stato spesso alla redazione del Washington Globe, ecco, se c’è un aspetto positivo del fatto di aver avuto per un periodo Brad Pitt nel cast, è che ho potuto allestire un set meraviglioso, costosissimo, molto vicino all’originale. Ho poi cercato di far vedere la Washington D.C. vera, una città in cui c’è una bella atmosfera, ma anche una città che ha dei problemi seri, il razzismo, la diffusione della droga, il più alto numero di omicidi negli Usa. Allo stesso tempo però ho cercato di tracciare questo quadro non come se fosse un documentario, ma usando il linguaggio cinematografico del genere thriller politico hollywoodiano, ho confezionato il pacchetto in modo tale che risultasse gradevole alla maggior parte del pubblico.

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