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Il Grande Nulla

È un pubblico tutt’altro che esiguo quello che al Circolo degli Artisti accoglie l’esordio romano dei Wild Nothing.
Merito di quello striscione con su scritto “Club NME” che campeggia all’ingresso? Merito del biglietto a cinque euro? Probabile, visto il gran vociare di sottofondo, sintomo principe di indifferenza, che accompagna l’intera (breve) durata del concerto. Qualcuno si mette persino a gridare, fra un pezzo e l’altro “So mejo i Cure!”, dimostrando, oltre ad un elevato grado d’inciviltà, di non aver capito niente.

Perché sì, i Wild Nothing pescano a piene mani in quel repertorio pop-rock anni ’80 che era stato (anche) dei Cure, ma oltre a farlo con sorprendente freschezza, il loro punto di forza sta proprio nella capacità di mischiare le carte in tavola, attingendo a un’infinità di riferimenti musicali per creare una miscela sonora diversa ad ogni brano.

C’è da dire che su album i Wild Nothing – o meglio Jack Tatum, anima solista di questo progetto, suonano molto diversi: “Gemini”, il loro disco d’esordio, è stato registrato quasi interamente dal solo Tatum, che si dev’essere divertito non poco a smanettare con drum machine, effetti, synth e tastiere per creare quelle atmosfere sognanti e gli infiniti strati sonori che fanno di “Gemini” un perfetto punto d’incontro fra Cocteau Twins e My Bloody Valentine.

Dal vivo, complice un’ottima band di supporto e la voce profonda di Tatum, l’accostamento ai primi Cure e agli Smiths è inevitabile. Ciò nonostante, brani come “Chinatown, “Live in Dreams” e “Summer Holiday” non perdono un grammo del loro fascino retró, quel gusto per un pop sognante e cristallino che l’anno scorso portò alla ribalta un gruppo come i Pains of Being Pure at Heart.

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