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Il jazz stasera è di casa a Milano

Un brivido liquido nella azzurra serata milanese.
Salgono sul palco in due. Li accoglie un’Arena quasi piena. Paolo Fresu: a piedi nudi si siede al centro del palco e impugna la sua tromba; Uri Caine a suo fianco, al pianoforte.
Il brano di apertura “Dear Old Stockhom” è lo stesso che apre il loro disco “Things”. L’incipt non è fluido e non riesce ad entrare subito nel vivo del dialogo, ma al secondo brano la tensione si scioglie e si fa musica: con una soffice “I Love You Porgy” i due artisti conquistano l’attenzione del pubblico, scuotendolo poi con un altro classico, “Cheek To Cheek”.
L’Arena – complice anche un’acustica ottima e un utilizzo accattivante delle luci sia sul palco che fuori – esplode nel primo lungo applauso quando Fresu annuncia il brano successivo: “Sì Dolce Il Tormento” di Claudio Monteverdi.
Qui viene espressa dai due musicisti la massima sintesi del loro incontro: due musiche profondamente diverse ma estremamente simili che si inseguono, si contaminano, si fondono, ruzzolano lungo la fantasia vulcanica di Caine per poi sospendersi nella malinconia notturna di Fresu, agganciata ad una nota lunga o a una stridente carezza del suo ottone.
Questa fusione complice di due stili molto diversi resterà il tema di tutto lo spettacolo.
Sul palco vi è solo musica; colori e immagini sono ridotte al minimo, come il dialogo tra musicisti e pubblico. Solo musica che suona e scivola lungo le menti incantate della notte milanese.
Il concerto termina dopo un’ora e mezza, lasciando una lieve sensazione di stordimento: un sorriso fatto di note, di silenzi e di apparenze semplici che nel loro vuoto rendono speciale l’immagine di un piede nudo che batte il tempo su un palco

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