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Il lento volare dei Pellicani

Grande festa Hydra Head questa sera all’Init, con 2 band appartenti alla florida scuderia di Aaron Turner, e un’altra che sicuramente non vi sfigurerebbe.

Fortunatamente il concerto inizia con un’ora di ritardo, permettendomi così di gustare l’esibizione dei Lento nonostante la mia scarsa puntualità. Il gruppo romano è senza dubbio tra i più interessanti della scena italiana – ammesso che ne esista una – e lo dimostra con una trentina di intensi minuti. Suonando tra il palco e il pubblico, la band è di fatto invisibile agli spettatori lontani dalle prime file, una situazione indubbiamente particolare e per certi versi positiva. I Lento si sublimano infatti in pura atmosfera, composta da un suono di chitarra quasi tangibile e un sapiente uso dell’effettistica, comunque ridotta rispetto ai lavori in studio. In queste esalazioni ipnotiche il pubblico, che riempe ancora per metà un locale che poi sarà del tutto pieno, si lascia trasportare ammirato. Bravi.

Meno bravi i Torche, band più propriamente metal che propone un doom sporcato di stoner e rumore. Si parte male con volumi sballati e troppo cazzeggio da parte dei musicisti, che indulgono oltre misura in divagazioni solistiche fin troppo noiose. I volumi resteranno lontani dalla perfezione per tutta l’esibizione, nonostante questo molto apprezzata dal pubblico, con continui stage diving durante i brani più veloci. Anche perché nei pezzi più lenti – come quello prolisso che chiude il concerto – i suoni di chitarra risultano davvero fastidiosi.

Siamo già oltre mezzanotte quando salgono sul palco i Pelican e bisognerà aspettare soltanto un’altra mezz’ora di linecheck per l’inizio del loro show. Uno show atteso con particolare interesse dal pubblico, tra il quale si può scorgere un divertito Andrew Howe con indosso la maglietta di Slayer. C’è poco da dire sui Pelican: sono tra le migliori band nel loro genere e questo concerto ne è la conferma. Questa volta i suono sono perfetti e il sound della band statunitense è riprodotto in maniera ottimale. Che si tratti di “Australasia”, di “The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw” o dell’ultimo e meno pesante “City Of Echoes”, le composizioni strumentali vibrano nella carne degli ascoltatori, rapiti dalle loro trame e portati alla deriva in questo mare di post-roba in cui è così dolce naufragare.

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