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Il livido colore dell’angoscia

C’è più di un difetto nell’ultimo film di Denis Villeneuve, dal sottoutilizzo di attori (Paul Dano) e soprattutto attrici a una risoluzione del giallo calata dall’alto, qualche lungaggine, personaggi che svaniscono quasi nel nulla col procedere della storia. Eppure Villeneuve si dimostra un eccellente regista, in parte proprio nella gestione di queste pecche, decidendo di affrontare un genere americano codificatissimo come il thriller noir con un approccio dilatato più interessato ai personaggi e ai loro fantasmi che alla risoluzione del giallo.

Certo, in questo si annidano anche gli altri punti deboli del film da qualche lungaggine al rischio di perdersi per strada dei comprimari comunque importanti per il realismo della situazione. E se anche sceglie un modo disastroso a risoluzione dell’intreccio (un deus ex machina bello e buono) al contempo offre una raffigurazione del male non solo annidato dove meno te lo aspetti, ma soprattutto espressione di uno stravolgimento dell’animo umano in preda alla disperazione nata dal dolore e dalla perdita. Ecco dunque dove Villeneuve va a cercare il quid del suo film, nell’analisi di uomini e donne a contatto con la sofferenza. E per tanti interpreti sottovalutati, ha il pregio di offrire a Hugh Jackman un ruolo da solista, carico di drammatico realismo, cui l’attore risponde con una performance ineccepibile, sospesa tra dolore e ossessione rabbiosa.

Ma il meglio del film sta nella propensione a raccontare le dinamiche tra i personaggi e i loro processi mentali attraverso le immagini e gli accostamenti di colori, serviti dal sempre magnifico Roger Deakins che qui lavora con tonalità fredde e livide, tese a raccontare il raggelarsi della speranza. Perché anche nei passi falsi della trama investigativa così come di alcuni dubbi simbolismi troppo scoperti (i serpenti! Il labirinto), anche nella chiosa classica che ricompone lo strappo, “Prisoners” ti lascia addosso quell’aria plumbea che stagna per tutte le due ore e passa.

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