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Il Luna Park dell’anima

Non è cinema e nemmeno un concerto. Né mostra, né teatro. Se proprio bisogna inquadrarlo in qualche modo, la cosa a cui si avvicina di più è il Luna Park. Già, perché sulle giostre non sei spettatore, se c’è da ballare, balli. Indeepandance è un connubio interdisciplinare, una creatura a cui uno scrittore, un musicista e due video artisti hanno plasmato anima e corpo. Un corpo bellissimo.
Se da questa introduzione non avete capito di che si tratta è comprensibile, molti sono arrivati all’evento senza avere bene idea di cosa li aspettasse. Inutile descriverlo, meglio provare a raccontarlo.

L’attesa è zen, buio, accompagnato dai suoni rarefatti e riverberati di Valgeir Sigurðsson. Ed ecco che numerosi schermi si compongono intorno a noi proiettandoci in un ambiente virtualmente infinito. Al centro una vasta postazione di audio editing: al timone si alternano Howie B, Richard Evans, David Rhodes e Ged Lynch.

Comincia il lavaggio del cervello. Stimoli, colori, falsi Dei si accavallano sugli schermi mobili disorientando lo spettatore su loop che fondono l’astrattismo dell’ambient e l’adrenalina dell’elettronica. Il tutto prende quindi corpo con l’Orchestra da camera del Conservatorio di Trento che suona dal vivo, ad un passo dal pubblico. Bellissimo.

Il Cubo in cui ci troviamo si trasforma nuovamente e l’esperienza diviene un viaggio che alterna portento e sospensione, mentre la fusione tra orchestra ed elettronica scivola, monta come onde che si scavalcano vigorose. Gli artisti si succedono sotto la supervisione di Vittorio Cosma. I video dei Masbedo narrano con stile e giocano con sinapsi ed estetica. Peter Bottazzi coordina la regia scenografica. Tutto fila in perfetta sincronia e fottutamente live. Digitale e analogico: mai visti fare l’amore così.

Il canvas di Aldo Nove e compagni segue a proporci sul videowall centrale un pillolone 3D che troneggia come Viagra santificato nella cattedrale delle malattie immaginarie, reclamando la sublimità dell’attimo, della sostanza e del diritto alla vita.
Guardandosi attorno c’è chi balla, chi osserva estasiato e chi si aggira tra il pubblico accorgendosi finalmente che il coro non è in dolby surround ma creato dalle voci sparse tra il pubblico come spettatori qualsiasi. E ti chiedi: sei dentro o fuori dallo spettacolo?

La visione regredisce nella granulosa vividezza delle vecchie cineprese, nei video amatoriali da filmino delle vacanze. In questa dimensione fa ingresso e chiusura il rock dei Marlene Kuntz, nitido, la cui essenzialità è sottolineata dai tribali accenti delle percussioni sui bidoni. Questa sera sono loro gli ospiti d’onore. È lo spirito del jazz: tecnica talmente elevata che qualsiasi guest è in grado di inserirsi nel disegno in perfetta armonia.

Non sveliamo il finale dell’opera che è uno splendido inno alla Libertà, in grado di unire rock, elettronica, classica e trip hop in una innovativa espressione di divertissement, ritmo ed interiorità.

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