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Il lungo viaggio dal palco al set

Visto il consenso di pubblico (“Mamma mia!“, 2008) e critica (“Chicago“, 2002) che molti musical sanno creare attorno a sé anche al cinema, viene da chiedersi come mai Hollywood non sia più solerte nel trasporli sul grande schermo. In realtà, considerare il mero lato economico dei “musical che ce la fanno” non restituisce appieno la rischiosità di questo genere di operazioni, specie se si parla di un’opera mastodontica per proporzioni e fama come “Les Misérables“.

Sbagliare momento, regista o cast significa non solo rimetterci somme considerevoli (per i diritti, i costi di realizzazione e di promozione) ma anche suscitare le ire di un considerevole zoccolo duro di estimatori, che spettacoli così longevi tendono sempre a creare. Sarà forse per questo che i diritti di realizzazione, acquistati una prima volta presso il produttore Cameron Mackintosh venticinque anni fa, sono scaduti senza che nessuno abbia avuto il coraggio di affrontare questa sfida?

Rientrato in possesso dei diritti, Mackintosh ha preso accordi con Working Title Films per far partire il progetto. Il primo passo da fare era ovviamente scegliere uno sceneggiatore in grado di assemblare le canzoni originali riempiendo i buchi narrativi invisibili sul palcoscenico ma evidenti in un film.

La prima stesura firmata da William Nicholson, che pescava ampiamente dal romanzo originale di Victor Hugo (pubblicato a Parigi nel 1862 e da subito popolarissimo) per realizzare non «lo spettacolo su pellicola […]» bensì «un film che avesse vita propria», conteneva numerosi dialoghi, ridotti poi a non più di una ventina di battute per scelta del regista Tom Hooper, coinvolto ben prima del successo de “Il Discorso del Re”. Venuto a sapere dei primi sviluppi del progetto, ha chiesto subito di poterlo dirigere, conoscendone solo la musica e l’ambientazione.
[PAGEBREAK] Mackintosh e i realizzatori originali si sono fidati di un regista ancora non acclamato, soprattutto per l’approccio coraggioso che dimostrava di voler tenere: Hooper ha infatti chiarito da subito di voler girare il film solo a patto che venisse interamente cantato dal vivo (qui un backstage video).

Tutto il cast ha eseguito le canzoni con il solo ausilio di un auricolare per sentire l’accompagnamento al pianoforte, suonato sul set, e liberi di prendere i loro tempi ed esplorare le emozioni dei personaggi. In seguito la traccia audio con la loro voce è stata affidata a un’orchestra, perché li “seguisse” nella realizzazione della musica, poi aggiunta in post-produzione. Il risultato è stato un cantato più naturale ed emozionale, un unicum musicale meno schiavo degli stacchi tra una melodia e la successiva.
I rischi sono stati enormi, tanto che gli attori sono stati preparati da esperti per poter cantare ogni giorno sul set per molte ore consecutive, senza subirne ripercussioni.

Come spiega Amanda Seyfried (Cosette): «Quando ho fatto “Mamma Mia!” abbiamo trascorso due giorni in uno studio di registrazione. Abbiamo ascoltato le nostre voci, […] per memorizzare il tempo e il respiro per poi fare il playback. Su “Les Misérables” l’esperienza è stata come vivere la vita di una cantante».

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