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Il McGuffin hitchockiano e spurlockiano

Vi ricordate di Morgan Spurlock? Quello che aveva spopolato col documentario “Super Size Me” in cui denunciava il corporativismo delle catene di fast-food americane, oltre al loro essere altamente nocive? Quello in cui per un mese non ha fatto altro che ingozzarsi di quel cibo per provare la sua tesi?
Ecco, lo stesso uomo ha deciso stavolta di impegnarsi in un’avventura ancora più pericolosa e assurda: cercare il criminale numero uno del mondo, Osama Bin Laden. Perché ha deciso di imbarcarsi in questa operazione quasi suicida? Perché è in arrivo il suo primo figlio e non vuole che nasca in un mondo insozzato dal terrorismo.

Cosa c’è di diverso però in questo documentario? Un documentario che si fa guardare con leggerezza, nonostante la “pesantezza” degli argomenti trattati, anche grazie ad uno stile ironico e sarcastico che contrassegna soprattutto l’impianto stilistico della pellicola? Ciò che lo differenzia dal suo precedente lavoro, e dal concetto canonico di documentario stesso, è in realtà l’inesistenza di una tesi, o per meglio dire l’impossibilità dell’esistenza di una sola tesi, ma la convivenza di più e più tesi con le quali è possibile essere in accordo o in disaccordo, a seconda dei casi e dei punti di vista.

Ecco allora che apparirà subito chiaro, durante la visione di questo viaggio del regista/protagonista per i territori del Medio Oriente, che in realtà la ricerca di Bin Laden è solo un pretesto per raccontare ben altro. È il classico, cosiddetto McGuffin hictchockiano, quell’elemento del racconto che sembra di capitale importanza, ma che in realtà importante non è affatto se non per mettere in moto gli eventi preponderanti della narrazione.

Di hitchockiano, ovviamente, la pellicola non ha nient’altro, visto che l’intento del regista, se vogliamo un po’ troppo semplicistico, retorico e a tratti ingenuo, è quello di dimostrare che siamo tutti uguali su questa terra e che nessuno ha il diritto di disprezzare e, in casi estremi combattere, qualcun altro solo perché di differente estrazione geografica, politica, sociale, culturale, sessuale o religiosa. Oltre al fatto che non racconta assolutamente niente di nuovo o sconosciuto, riproponendo ciò che ormai è arcinoto e, purtroppo, molto probabilmente archiviato.

Altro elemento che scaturisce dal McGuffin “spurdockiano” è, infatti, l’intenzione di porre l’accento sui torti e le ragioni di tutte le parti in causa, mettendo in evidenza luci e ombre di tutti i soggetti presi in considerazione, a partire dal fondamentalismo religioso, passando per l’intolleranza, arrivando alla smania di ricchezza e potere. Tutti elementi che stanno realmente alla base dei conflitti mondiali che vedono coinvolti l’Occidente e il Medio Oriente, o per meglio dire l’America e Al Qaeda.

Allora, forse, si potrebbe cogliere l’esistenza di una seppur flebile tesi che Spurlock vuole dimostrare: molto probabilmente la lotta al terrorismo è il McGuffin americano che nasconde in realtà ben altri obiettivi e traguardi, così come la ricerca di Bin Laden è il Mcguffin di questa pellicola.

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