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Il Milione, Quaderno Veneziano: Marco “Polo” Paolini

Marco Paolini è uno che la passerella la farebbe volentieri nel fango della laguna, con quel rumore di acqua e terra, terra e acqua che ti permette di sentire la vera Venezia nei piedi, perché “questa città non è un albergo”, come ammoniva suo nonno. Non ama molto i fasti del Lido e del Festival, l’artista di Belluno, e infatti l’anteprima del suo “Il Milione – Quaderno Veneziano” è stata proiettata in anteprima due sere fa alla Villa degli Autori, padrone di casa il solito Roberto Barzanti.

Il film, con la regia curata insieme a Giuseppe Baresi, è andato anche in onda ieri sera su La7, emittente ormai cara a Paolini: è un poema, un racconto fiume che sa di laguna, dialetto, personaggi indelebili nella memoria di contastorie instancabile quale è l’autore di “Vajont”. Un racconto, riadattamento inedito di un lavoro scritto nel lontano 1997, fatto di riprese in teatro a Chioggia e di immagini girate in laguna a Venezia e nel deserto del Sahara, che ha un ampio respiro culturale (si va da Calvino apparentemente citato en passant ai turisti che si tolgono le scarpe dopo la gita di giornata), storico (il racconto della fondazione della città è semplicemente fantastico) ed antropologico (i personaggi creati respirano l’ambiente e a loro volta sono completamente assorbiti).

A fine proiezione, parlando con Paolini, gli abbiamo chiesto cosa pensasse del contrasto tra la Venezia del suo Milione e quella mondana della Mostra: la sua risposta è stata molto decisa, “Non mi rassegno che Venezia sia solo una vetrina”, e la frecciata va dritta ad un evento come il Festival che troppo spesso mette solo in esposizione senza produrre realmente. È uno che può permettersi di snobbare i riflettori settembrini della Mostra, perché è un artista estremamente consapevole e convinto di quello che fa, teatro: scrittura drammaturgica, senza improvvisarsi qualcos’altro come va di moda oggi.

Lo si evince ancora di più quando gli chiediamo della contaminazione dei generi, perché il “Quaderno veneziano” è un lavoro pensato e creato in palcoscenico, presentato al cinema e distribuito in televisione: “Il teatro è media, non mass media” e aggiunge “con La7 abbiamo un rapporto di fiducia che ci permette di trovare uno spazio, seppur piccolo e a certe condizioni. È impossibile fare un confronto con la tv generalista perché di per sé ingiusto”. È quindi inevitabile un destino di nicchia? Non è un rischio che corrono Marco Paolini e la sua arte, che essendo narrazione popolare ha una facilità molto grande di radicarsi nella memoria di chi ascolta. Se parliamo ancora di una tragedia dimenticata come il Vajont, il merito è più che palese.

Come leggiamo ancora “Il Milione” di Marco Polo, esempio di chi viaggia sì per commerciare ma anche per apprendere, dare e ricevere, e non per “battezzare, come il genovese Colombo”, che sta solo un piccolo passo prima del dominio e della colonizzazione di un mondo non scoperto ma in cui ci si è imbattuti. “Marco Polo sembrava quasi non lasciare tracce del suo passaggio”, e qui sta la differenza più toccante: la traccia che lascia Marco Paolini è profonda, piena di terra e acqua, acqua e terra, nelle orecchie la musica del vaporetto infinito e omerico tra la nebbia della laguna. Venezia che nasce.

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