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Il mio amico burlone

A sei pezzi dall’inizio del concerto, Neil Hannon dice al suo pubblico italiano: «Scusate se sono stato via così a lungo. Sono stato occupato.» Poi comincia a suonare “I Like”. Sul palco ci sono solo lui, un pianoforte a coda, una chitarra e un attaccapanni.

Neil Hannon, anche quando non è con il gruppo, è The Divine Comedy.
Lo accompagnano, dietro le quinte, tre signori di mezza età burberi ma amichevoli che gli servono il vino, si scrivono sulla mano la traduzione italiana di «joke», gli spostano il capotasto della chitarra quando necessario.

Assistere a un’esibizione di Divine Comedy non è esattamente come assistere all’esibizione di uno che scrive solo rime esatte e che è arrivato a comporre canzoni d’amore addirittura leziose pur facendole sembrare la cosa più intelligente della Terra. Per carità, è anche tutto questo. Ma vedere Divine Comedy dal vivo è come morire, andare in paradiso, e venire accolti da una schiera di angeli composta da comici morti e vivi che ti fanno pat sulla spalla, annuiscono alle tue battute imbarazzate e hanno una giuria presieduta da Graham Chapman eterosessuale, che poi è Hannon stesso.

Lui sta al concetto di showman come Jessica Simpson sta all’uso della parola “baby” nelle sue canzoni. Si presenta con una pipa e una bombetta, e ogni posizione che le sue sopracciglia assumono durante il concerto rispecchia probabilmente una cosa intelligentissima ed esilarante che sta pensando. Poi si autosabota, sminuisce i suoi pezzi più belli, interrompe le canzoni quando sbaglia, interrompe le canzoni per dire «Hello?» quando scricchiola una porta o per commentare le dimensioni delle macchine fotografiche della prima fila. Principalmente, gli piace interrompere le canzoni. Si diverte TANTISSIMO, al punto che improvvisamente si lancia in una versione al piano di “Don’t You Want Me?” degli Human League. Falsetto femminile compreso.

D’accordo che la Casa 139 è piccola e tutti conoscono tutti e da sotto il palco praticamente è possibile accarezzare i peli del naso di Hannon, ma gli spettatori presenti al concerto sono da ammirare: non sono molesti, conoscono le canzoni, esultano sugli attacchi dei pezzi, ridono molto, fischiettano malissimo su “Songs Of Love”, partecipano quando Hannon richiede una barselet-a dal pubblico, o gli schiocchi di dita, o la Marsigliese in “The Frog Princess”, o i pa-pa-para-para-para di “National Express”.

Ah e poi, sì, la musica. Hannon presenta il suo ultimo disco, “Bang Goes The Knighthood”, e lo intervalla con una specie di personale selezione di greatest hits: c’è più o meno tutto quello che un nerd di Divine Comedy possa bramare da un concerto, senza che il neofita si senta escluso o sia scontentato dalla «scelta di brani minori». Infatti, sono tutte canzoni grossissime.
Gli arrangiamenti per pianoforte sono trionfali, mai in sottrazione. Quello che Hannon non può col piano, può con la voce. Quando sbaglia, fa in modo che la gente se ne accorga davvero tanto: si interrompe, torna indietro di qualche strofa, si dimentica i versi.
Il pubblico ride, ha dipinta sulla faccia l’espressione «Ma che GIOCHERELLONE». Tutti sono perfettamente consapevoli del fatto che Hannon saprà sempre riprendersi con molta grazia. Anzi, probabilmente in tre quarti dei casi è proprio lui che sta sbagliando intenzionalmente.

Che peccato, Neil Hannon, sei un nano, altrimenti avremmo potuto sposarci. Io te lo avrei proposto, tu avresti replicato dicendo: «Non lo so, ci penso. Vediamo che libri preferiti abbiamo in comune».

Assume The Perpendicular
The Pop Singer’s Fear Of The Pollen Count
The Complete Banker
The Certainty Of Chance
Everybody Knows (Except You)
I Like
Neapolitan Girl
Perfect Lovesong
Generation Sex
The Plough
The Lost Art Of Conversation
At The Indie Disco
Don’t You Want Me
A Lady Of A Certain Age
Songs Of Love
The Frog Princess
Our Mutual Friend
Can You Stand Upon One Leg?
Tonight We Fly
Becoming More Like Alfie
National Express

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