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Il Muro Del Canto: Una piacevole chiacchierata!

Sono insieme ad Alessandro Pieravanti, uno dei componenti del gruppo Muro del Canto, in cui riveste il ruolo, oltre che di percussionista, di narratore delle storie che sentiamo all’inizio o durante l’esecuzione dei pezzi. I Muro Del Canto sono un gruppo piuttosto poliedrico che ha avuto successo grazie alla musica popolare cantata in romanesco ma lasciamo la parola al loro narratore ufficiale!

La prima cosa che mi viene in mente leggendo il nome del vostro gruppo è il “Muro del Pianto”, luogo di culto dell’ebraismo. C’è, per caso, qualche riferimento?
Il riferimento riguardante il nome del gruppo non è per nulla religioso, meglio dire che il nome richiama un qualcosa di solido composto da più elementi che ne creano l’insieme. Alla maniera di un popolo che avanza, per esempio, come il celebre dipinto “Il Quarto Stato” del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il mezzo per comunicare musicalmente e narrativamente questa sensazione è il canto, la musica.

C’é stato qualche artista del panorama romano di musica popolare che vi ha influenzato nella vostra formazione musicale? Perché?

L’artista che per eccellenza ci ha ispirato, e ispira gran parte di noi musicisti popolari, è Gabriella Ferri. C’è poi però, anche, una mescolanza di musica folk americana che ha influenzato tutti noi, chi più chi meno, e anche gran parte dei cantautori italiani.

“L’Amore è come na spina, è come na casa in rovina”, nei testi c’é questo continuo riferimento all’amore, visto in modo negativo, descritto quasi come una condanna a morte, dalla quale sembra difficile sottrarsi. Qual’é il rapporto del Muro del Canto con “l’amore”?

L’amore nel bene o nel male, tira fuori dei sentimenti che possono essere al loro massimo positivi come anche negativi. Quando io tratto questo tema, o quando lo tratta Daniele, è perché abbiamo vissuto, più o meno, le stesse esperienze. Questa è la ragione per cui ci ritroviamo a scriverle, perché c’è un bisogno necessario, un’urgenza, di liberarci da queste sensazioni, una sorta di “esorcizzazione”, per intenderci.

Perché la scelta di cantare in dialetto?

La scelta dell’utilizzo del dialetto, prevalentemente, è legato ai i temi che trattiamo. Parliamo infatti, spesso, di storie vicine a noi, alla strada, quindi sempre un riferimento a ciò che è popolare. Tutto questo è venuto fuori spontaneamente, senza un perché!

Chi si occupa della scrittura dei testi e chi della musica? Lavorate tutti insieme, mescolando le vostre idee, o ognuno ha un proprio compito specifico?

Per quanto riguarda i testi cantati li scrive Daniele, invece quelli recitati li scrivo io. Per quanto riguarda la musica si può dire che sia un processo corale che mette insieme tutti noi.

I vostri brani richiamano alla mente immagini di una Roma del passato, se avessi a tua disposizione una macchina del tempo in quali anni vorresti andare e perché?
La Roma raccontata da noi è una Roma senza tempo. Immutevole. I protagonisti delle nostre storie possono essere vissuti nel dopoguerra come oggi.
Per quel che riguarda il viaggio nel tempo sarebbe bello poter essere testimoni del fervore culturale e sociale degli anni ’60.

Il concerto di presentazione del disco all’Init ha riempito il locale con u bel sold out nonostante Roma nel weekend pulluli di iniziative. Vi aspettavate questo risultato? Come lo spiegate?

Ai nostri concerti fortunatamente c’è sempre molto pubblico, non ti so dire il perché, bisognerebbe chiederlo a loro!

Avete già in mente nuove collaborazioni?

Per ora sinceramente no!

Vi vedremo impegnati in un tour nazionale per la promozione del CD?

Abbiamo avuto parecchie offerte. Quindi ora ci stiamo organizzando per poter iniziare con la promozione in tutta l’Italia.

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