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Il Napoli Film Festival 2014 ospita i corti dell’Alto Fest

Il Napoli Film Festival, alla sua 16esima edizione (29 settembre – 8 ottobre), si apre guardando fuori da sé, ospitando alcuni documentari dell’Alto Fest per il progetto Film in Residency alla presenza di Giuseppe Colella, coordinatore di Schermo Napoli.

L’Alto Fest è «un Festival Internazionale d’Arti Performative e Interventi Trasversali inaugurato nel luglio 2011», realizzato «insieme ai cittadini di Napoli, che nelle loro case, e/o spazi privati di altra natura (giardini, cantine, botteghe artigiane, palestre, ecc.) ospitano artisti internazionali, provenienti da ogni parte del mondo». Il Festival si è svolto tra il 22 e il 28 settembre e oggi sono stati ripresentati e proiettati (invero con grandi difficoltà e continui intoppi nella proiezione) cinque corti documentari. Al centro di ognuno lo sguardo di un regista straniero (francese, iraniano, cecoslovacco) su un contesto partenopeo.

Il primo, “What Do You Consider Private?“, è stato introdotto da Ettore, che ha messo a disposizione la sua casa. Al centro del corto il rapporto tra pubblico e privato, che è andato oltre il filmico e ha investito anche i rapporti tra gli attori/ospiti improvvisati e la regista, inglese, Marion Phillini e la sua troupe. La visione è stata tuttavia funestata da problemi di proiezione, contrasti tra audio e video.

The Box Room“, invece, dell’iraniano Soran Qurbani, è stato introdotto da Attilio. Il corto inizia raccontando l’incontro a una cena tra vari amici, tutti al ritorno dalle vacanze, ognuno con le sue storie da raccontare. La padrona di casa conduce poi la mdp e l’operatore alla scoperta della casa e del terrazzo, dove due strani individui mascherati raccontano di muri da loro costruiti intorno a Napoli. Qui il corto si sfilaccia in una pretenziosità non supportata da una vera profondità visiva né tanto meno contenutistica. Alla lunga, l’ironia involontaria impera.

Fisch in Campania” del francese Yves Chaudouet, purtroppo già partito e non presente in sala, racconta in prima persona l’esperienza di un ostello presso via Salvator Rosa, La Controra, occasione per il regista di integrarsi e scoprire la città, pur soggiornando lì soltanto per una notte. Ma la volontà dello straniero di parlare in italiano (e non in inglese) col personale, seppure tra difficoltà linguistiche, denuncia il desiderio di venire incontro a una cultura e una città e di ascoltarla e analizzarla direttamente. In sala c’era uno dei ragazzi (stranieri) che lavorano all’ostello, Marcos, anch’egli in difficoltà a parlare la nostra lingua.

Anche “Never Alike” della cecoslovacca Hedvika Hlavackova si fonda sul linguaggio e la comunicazione e la lingua. Stavolta però senza alcun suono. La regista, presente in sala, ha raccontato infatti la sua esperienza/visita in una scuola per sordi del Vomero, il CounseLis, centro, appunto di elaborazione, formazione e aggiornamento sulla Lis (Lingua dei Segni Italiana) e l’interpretariato. La regista gioca proprio sull’alternanza fuori/dentro, con un fuori, dal balcone, sommerso di suoni e rumori della strada e un interno, l’aula delle lezioni, immerso nel silenzio, cadenzato solo dai gesti dei sordomuti. Commovente il racconto, tramite segni, sottotitolato, di una delle donne che frequentano il corso.

Infine “3” è stato girato da due napoletani, Edgardo Bellini e Riccardo Limongi, nella loro stessa casa. Il progetto si ispira all'”Opera da tre soldi” di Brecht nel suo raccontare l’amore come possesso e l’amore e il denaro. I registi, ospitando in casa loro gli attori della piece di Brecht li filmano evocando una sorta di zona metalinguistica e metateatrale scrivendo così un’opera del tutto nuova, sospesa tra realtà e onirismo. Girando tutto in tre giorni, i registi hanno impostato l’intero racconto sulla loro attrice, Elena Amore. Secondo Bellini, l’attrice «aveva una luce speciale negli occhi che noi abbiamo voluto catturare mettendola al centro del nostro racconto».

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