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Il nuovo Registro delle Opposizioni non funziona

Non erano necessarie doti da veggente per immaginare che il Registro Pubblico delle Opposizioni sarebbe partito con mille difficoltà. Lo strumento adoperato dal Governo per mettere fine alle selvagge telefonate pubblicitarie ha già visto un popolo di insorti che, seppur iscritti, hanno continuato a ricevere le molestie dei call center.

Che nelle intenzioni della legge non vi fosse, però, sin dall’inizio un’esclusiva tutela del cittadino era arguibile da una serie di segnali.
Il primo. Passare da un sistema (quello della legge 196 del 2003) di “opt in” (secondo cui, poteva essere contattato solo chi aveva dato preventiva autorizzazione all’azienda) ad uno di “opt out” (che, al contrario, seguendo la logica del “silenzio assenso“, consente di telefonare a tutti, salvo quanti si sono iscritti nel Registro), mostra di disinteressarsi di tutte quelle fasce di utenti che mai si registreranno. E la mancata registrazione non può essere attribuita solo a una precisa volontà di ricevere pubblicità, ma può essere anche indice di ignoranza, sfiducia, pigrizia o solo poca praticità con gli strumenti di registrazione online.

Il secondo. Ad iscriversi al Registro possono essere solo gli utenti il cui numero sia compreso in pubblici elenchi (come le Pagine Bianche). Così, paradossalmente, proprio chi aveva evitato di rendere nota la propria utenza, sottraendola agli elenchi, qualora la stessa venga in qualche modo “intercettata” dalle aziende (per es. in albi di professionisti o con la compilazione di contratti prestampati), non potrà chiedere il rispetto della propria privacy con l’iscrizione al Registro!

Del resto, a spezzare una lancia a favore dell’azienda pubblicitaria, senza troppa dissimulazione, è stato lo spot che ha accompagnato il lancio del Registro. Il testimonial, con tono cassandrico, recitava: “Ricorda: uomo registrato, un po’ meno informato. Pensaci su. E poi scegli”. Quindi, secondo l’equazione di chi ha ideato questa frase, “pubblicità” = “informazione“; “non-pubblicità” = “ignoranza“. Non è assolutamente vero! La pubblicità, infatti, ha una caratteristica che la distingue profondamente dall’informazione: la fonte. La pubblicità proviene dallo stesso soggetto interessato a che il destinatario del messaggio venga convinto dal messaggio stesso. La pubblicità è autoreferenziale: a dire che il prodotto “X” è il migliore sul mercato è lo stesso produttore di “X”. Ciò ovviamente compromette la sincerità del messaggio. E senza sincerità non può esserci neanche informazione. Dunque, la frase “uomo registrato, un po’ meno informato” sembra piuttosto solo un modo per disincentivare gli utenti dalla registrazione.

Così il velo si scopre. Dei venti milioni di abbonati telefonici, solo 618 mila si sono iscritti al Registro. Il che può essere indice di scarsa informazione, ma anche di un atteggiamento disilluso sull’efficacia del nuovo sistema. Una sfiducia che, al momento, viene confermata dalle stesse cifre. Più di un sesto degli iscritti ha manifestato doglianze nei confronti dell’Autorità Garante della Privacy per essere stato contattato ugualmente da società di telemarketing. Società che continuano a usare i vecchi elenchi di numeri, senza aggiornarli con le liste in possesso della Fondazione Bordoni. La causa di ciò è anche la spersonalizzazione con cui vengono effettuate le pubblicità telefoniche: i call center sono ormai affidati a società esterne, che hanno come unico obiettivo non la buona immagine della società venditrice, ma la conclusione del più alto numero di contratti. Anche a dispetto della privacy degli utenti.

I rappresentanti delle aziende parlano di necessario periodo di rodaggio. Ciro Favia, presidente del Comitato di garanzia che sovrintende al Codice di Autoregolamentazione sul Telemarketing, sottolinea le intrinseche difficoltà legate alla fase di start up.

Noi continuiamo a ripetere che l’ibrido in cui è caduto il nostro legislatore sembra manifestare un intento ancora ulteriore: porre termine al procedimento di infrazione che l’Unione Europea aveva aperto nei confronti dell’Italia per non essersi adeguata alla normativa comunitaria in materia di tutela della privacy. Cosa che, in effetti, è avvenuta.

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