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Il paradiso dei porci e l’inferno del lutto

Genitorialità maschile, elaborazione del lutto, infanzia e adolescenza rubate, difficoltà nei rapporti interpersonali, con l’accento su quelli padre-figlio. Tutto questo è “Ragazzi Miei” di Scott Hicks che ci riprova dopo “Shine” e “Cuori In Atlantide”.

Un dramma dei più classici, dunque, che ha per protagonista un uomo, giornalista sportivo, che perde la moglie malata di cancro e si ritrova a crescere da solo il figlio di sei anni e l’altro figlio adolescente nato dal suo primo matrimonio, che arriva a sorpresa per le vacanze estive.

Joe, così si chiama, infatti è inglese, ma da anni vive in Australia dove ha seguito la moglie, ex-cavallerizza, conosciuta durante un’intervista.

Tratto da una storia vera e ispirato al romanzo autobiografico di Scott Starr, “Ragazzi Miei” non scade mai nelle stucchevolezze tra padre e figli, né nel luogo comune e nel pietismo nei confronti della situazione drammatica raccontata.

Con uno stile genuino, semplice e soave il regista ci accompagna lungo il percorso formativo di questo padre e di questi figli, fino a quando ognuno di loro, in seguito all’esperienza vissuta insieme, non riuscirà a trovare la propria strada. Ecco spiegate le similari sequenze dell’inizio e della fine, in cui a bordo di un auto vediamo contrapporsi i due estremi che caratterizzano la pellicola: la sregolatezza e la mancanza di direzione da un lato e la consapevolezza e la maturità dall’altro.

Il papà, rimasto solo, e incapace di organizzare la sua vita lavorativa, casalinga e familiare, decide di attuare una tattica apparentemente funzionante e semplice: lasciare ognuno libero di fare ciò che vuole, senza l’imposizione di un numero eccessivo di regole. È così che vedremo il bambino scorazzare per casa con la bici o tendere agguati con gavettoni d’acqua nei corridoi dell’appartamento; è così che ci stupiremo di un pollo lasciato scongelare nella vasca o dei cartoni di pizza disseminati nel soggiorno.

Ma la precocità del figlio maggiore stupirà un po’ tutti e farà tornare i due “bambini” (padre e figlio minore) coi piedi per terra con la convinzione che, alla fine, le regole non siano poi così inutili se ponderate con intelligenza e collaborazione.

Apparentemente scontato e prevedibile, “Ragazzi Miei” si lascia tuttavia apprezzare per la maestosità dei paesaggi australiani, fotografati superbamente, che si adattano alla perfezione ai passaggi di tono e di umore della narrazione.

Altro grande punto a favore della pellicola è la colonna sonora composta dalle straordinarie, coinvolgenti, emozionanti e calzanti note dei Sigur Rós, che hanno saputo cogliere alla perfezione lo spirito della storia, adattandosi ai vari passaggi narrativi con maestria ed eleganza.

Da citare anche l’inedita e sorprendente interpretazione di Clive Owen, perfetto nell’incarnare un uomo precedentemente convinto della sua vita e della sua posizione e poi in balia del caos emotivo ed esistenziale più totale. Un caos che però servirà a renderlo in grado di affrontare il suo ruolo di genitore nel modo a lui e ai suoi figli più consono.

“Ragazzi Miei” si rivela così infatti soprattutto un modo per riflettere sul ruolo dei padri nella società moderna e sul falso luogo comune che li vede incapaci di gestire situazioni problematiche e apparentemente insormontabili per gli uomini. Un modo per essere testimoni di una storia semplice e leggera, ma al tempo stesso profonda e molto significativa.

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