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Il poeta in viaggio

Lasciate ogni speranza, voi ch’ascoltate. Non una minaccia, ma un augurio: perdere sempre un po’ di sé in ogni ascolto.

Con “Hermann”, terza fatica discografica di Paolo Benvegnù e la sua squadra, dev’essere un’operazione semplice. Non l’ho intuito solo dal mio ascolto, ma da quella miriade di parole che un tempo si trovavano sulle riviste di musica, raramente in tv, poi moltiplicate dal Web specializzato e poi ancora tritate nei brevi messaggi del social network più affollato. Il sogno di ogni giornalista si avvera grazie a mr. Zuckerberg: lui chiede “A cosa stai pensando?” e tutti rispondono. All’uscita di un bel disco tutte le risposte hanno un parere su quelle tracce, oppure le citano.

Io il mio spazio me lo prendo qui, non fosse altro per il numero di caratteri a disposizione.

Dunque: A cosa sto pensando?

Sto pensando ai poeti, ché dovrebbero far entrare nella loro famiglia il cantautore milanese. Sto pensando alle parole di un certo Fulgenzio Innocenzi, al suo romanzo e alla storia che tanto piace raccontare per presentare questo disco. Sto pensando a “Le Labbra”, quel capolavoro secondogenito del Benvegnù after-Scisma che aveva cantato così bene l’amore, trascinando tra le sue note tutte le storie passate nel cuore, nel letto, nei fogli bianchi, negli sguardi. Sto pensando che Paolo, in fondo, aveva già detto tutto dell’amore, riuscendoci senza cadere in rime baciate. Sto pensando che dopo quel 2008, quindi, il suo non poteva che essere un viaggio lungo quel sentiero che precede la passione, fatto di noia, abitudine, malumore, solitudine, bugie, freni e compassione.

Come se l’amore fosse la risposta. Come se tutto l’amore possibile fosse solo il primo, necessario, passo per la sopravvivenza. Perché di confezioni monodose non se ne trovano in commercio: lo sanno anche i supermercati che mente, cuore e stomaco sono tenuti in vita dallo stesso respiro.
[PAGEBREAK] Dopo tre anni, insomma, quello che gira nello stereo è un viaggio che si è preso il tempo per osservare a fondo nei volti, nelle parole e nei gesti. Studiare l’evoluzione dell’essere umano nel verso contrario, captarne le sfumature e ricalcare i contorni dell’essere mortale, incastrarlo nelle sue stesse azioni, ferendolo con le sue stesse armi. Benvegnù è stato archeologo e missionario, scienziato e letterato, oratore e ascoltatore. È stato miele dolcissimo: tutt’intorno le api erano golose e avevano strane somiglianze. Ora al vicino di casa, ora al collega di lavoro, ora a quel tipo che ha fatto un cenno con la mano per salutarti, ma ti ha lasciato con la curiosità di sapere il suo nome. Poi c’è quel profumo che ha lasciato la scia, c’è quel broncio che ha lasciato il malumore, c’è quel cameriere che ti ha servito il piatto sbagliato e il mendicante che a fine giornata è stanco di chiederti una moneta. L’uomo e la sua scalata all’amore.

La versione intimista del miglior cantautorato italiano si mescola al pop, lasciando ad “Hermann” la possibilità di uscire dalle vesti di saggio ed entrare a pieno titolo nella lista dei dischi da riascoltare e cantare. “Love is Talking”, “Io Ho Visto”, “Achab in New York” e “Il Mare è Bellissimo” sono creature del Benvegnù più longevo, tanto vicino al suo passato da divenire marchio della sua stessa fabbrica. L’iniziale “Il Pianeta Perfetto” è luce che illumina le tracce che seguono, regalando la possibilità di restare sorpresi all’ascolto di brani come “Good Morning, mr. Monroe!” o “Date Fuoco”, nei quali il ritmo cambia, si velocizza e diventa più elettrico. “L’invasore” è Andrea Franchi, che presta la voce alla chiusura del capolavoro.

[PAGEBREAK] Se l’ep “14-19″ aveva dimostrato la capacità del cantautore di saper scandire il tempo e dargli dei margini ben precisi, questo “Hermann” è la dote opposta: la capacità di abbattere i confini del tempo e dello spazio, spianando la strada ad un percorso che ha come meta la porta d’entrata.

Un viaggio non nuovo né alla vostra libreria, né al vostro scaffale dei dischi. Nel 2006 l’altra faccia dell’eccellenza musicale italiana, Vinicio Capossela, iniziava un’avventura dal titolo “Ovunque Proteggi”. Come Benvegnù il suo era un cammino dantesco, e per ogni maschera di Vinicio c’è un Paolo pronto a smascherare: il primo, da teatrante, personifica il sentimento; il secondo, da poeta, lo interiorizza. L’uno lavora di metafore, l’altro di volti. Omero e Dante, Ulisse contro il poeta che si fa protagonista.

Noi siamo fortunati, perché li abbiamo qui, entrambi. In vita e in tour.

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