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Il precariato al cinema: ritratto inquietante

In occasione dell’uscita del suo ottavo lungometraggio “Fuga Dal Call Center”, parte del suo lungo progetto “Decalogo Delle Giovani Vittime”, incontriamo il regista Federico Rizzo, che ci descrive una situazione purtroppo tutt’altro che sconosciuta, il precariato giovanile.

Dopo “Tutta La Vita Davanti” e “Generazione Mille Euro”, “Fuga Dal Call Center” … credi si sia forse creato un nuovo genere? Al cinema avete trovato una paradossale via di fuga: col precariato finite per far lavorare molte persone…
Non ho visto gli altri due film, il nostro film non è stato prodotto né da Medusa, né dalla Rai, quindi non è un prodotto di Stato, ma è un film che liberamente, senza censure e condizionamenti riflette sullo stato delle cose. E questa indipendenza ha garantito il grandissimo apprezzamento dei precari, che si sono immedesimati e ci hanno ringraziato per averlo fatto. Questo è il risultato più importante. Siamo riusciti a mostrare questa condizione drammatica che i media censurano.

Come mai è sempre il Call Center l’emblema del precariato?
I ragazzi che lavorano nei call center spesso si auto convincono che essere maltrattati, sottopagati, etc. è una cosa normale, non ci si può ribellare, forse è una forma di difesa naturale. Non saprei dirti. Tuttavia molti dei miei amici hanno finito con l’aver abbandonato i propri sogni di diventare attore, scrittore etc.
Io stesso che c’ho lavorato per tre anni ho rischiato di abbandonare il mio progetto di tutta una vita di diventare regista. Quando sei dentro a quel meccanismo ti fai risucchiare dalla macchina della depressione e instauri un rapporto d’amore e odio col tuo carnefice, che poi molto spesso sono dei ragazzetti con poco rispetto per la dignità del lavoratore e per le diversità dei singoli. Noi, appunto, i team leader o supervisor li chiamavamo l’evoluzione “lampadata” del capoturno (inteso come capoturno delle fabbriche). Cioè persone senza cultura, arroganti e arrivisti che non ci pensano due volte a trattarti come uno schiavetto che è lì perché è uno “sfigato”; almeno il capoturno delle fabbriche aveva una coscienza socio-politica se non propriamente sindacale.

Il film ha avuto dei partner importanti, tra cui la Cgil…insomma è un’operazione “sociale”, oltre che cinematografica…
La Cgil ha dato un piccolissimo contributo economico e non ha fatto nessuna censura nonostante nel film non ci sia traccia di sindacato, proprio come nella realtà. È un’occasione importante per riflettere sui nuovi lavori e sulla mancanza di tutela della dignità e del senso del lavoro. Freud sosteneva che il lavoro occupa il primo posto nella scala del benessere psichico, devo dedurre che siamo una generazione di psicopatici! Non mi sembra una cosa che le parti sociali possano sottovalutare.

A questo proposito, vorrei che mi spiegassi la costruzione vera e propria del film: non ci sono soltanto immagini di “fiction”, vero?
Innanzitutto, questo è un cinema che si differenzia da quello tradizionale proprio perché è istantaneo, cioè con una scaletta e non una sceneggiatura di ferro, gli attori sono liberi di muoversi e improvvisare, mettere tutto il loro vissuto personale, che poi è un vissuto che rispecchia il dramma di una generazione e quindi è un vissuto che sentiamo tutti i giorni sulla nostra pelle. Mi interessava fare un film non depressogeno ma che potesse diventare un piccolo cult anche grazie all’uso gioioso del cinema e dell’ironia di certe battute e situazioni, un’ironia naturalmente amarissima, caustica e feroce che diventa un’arma per far capire alla politica quali sono le esigenze dei cittadini, e in ciò questi autori sono dei maestri.

La tagline è “quando cade la linea tra precariato e sentimenti”…ce la spieghi? Mi pare di capire che al di là della questione lavorativa, il problema reale, che tanti dimenticano, è che la precarietà professionale cambia anche aspirazioni, affetti, percezione di sé…insomma: si finisce per sprecare talenti, e vite, no?
Io credo che non sia possibile amare, aver voglia di fare l’amore con la propria compagna o il proprio compagno se non sai quanto guadagnerai il mese successivo, se non sai di poterti costruire un futuro. Mettere al mondo un figlio è da pazzi a meno che tu non abbia l’ammortizzatore sociale della famiglia d’origine. Inoltre non è possibile avere il coraggio di guardare negli occhi le persone che stimi e che ti conoscono dopo otto ore in cui sei costretto, sottopagato, a violentare la tua dignità. Per questo è necessario reagire tutti insieme e dire che siamo stufi e che siamo una generazione di rancorosi che prima o poi esploderà (e io dico meglio prima che poi). Io naturalmente mi auguro che il film serva a fare una fotografia realistica della mia generazione e far capire innanzitutto che la flessibilità la scegli, il precariato lo subisci. E se proprio flessibilità dev’essere è importante che sia tutelata da ammortizzatori sociali ben definiti e da stipendi sostanziosi e non da slogan farlocchi come “diventa imprenditore di te stesso, apriti la partita iva, etc. etc.”. Oggi in Italia se perdi il lavoro a quarant’ anni è molto difficile essere reintegrato, in altri paesi magari si, ma non da noi. Al tuo posto prendono uno stagista.
[PAGEBREAK] Già dal titolo e dalla locandina possiamo notare l’uso di un’iconografia forte. Perché questa visione così terrifica? Sempre meglio un call center che rimanere a casa, e nel frattempo si cerca qualcos’altro …
Certo, ma non tutti siamo forti, anzi la maggior parte di noi è molto fragile, altrimenti non si spiegherebbe questo degrado culturale, il nazismo, il fascismo, il leghismo!

Intrecciate alla fiction ci sono delle interviste a veri operatori di call center; il che rende il film un ritratto documentaristico dei giovani precari … come mai questa scelta?
Per raccontare questa storia ho scelto di utilizzare dei ritratti fissi per le interviste che sono la colonna vertebrale del film e che interrompono la storia di finzione per dare una maggiore aderenza alla realtà del problema e che inevitabilmente diventano degli autoritratti perturbanti poiché anch’io ho lavorato nei call center per tre anni, perturbanti perché lo spettatore si deve specchiare completamente e dire: “ma quello sono io!”. Mentre, per la parte di finzione, solo macchina a mano, come contrasto, in modo da dare una sensazione maggiore di realtà e spontaneità. Quando facevamo le interviste in giro per l’Italia abbiamo trovato anche gli attori, molti di loro lavoravano nei call center per sopravvivere, proprio perché il precariato del mondo dello spettacolo si riversa nei call center, e chi lavora nei call center a sua volta spesso diventa un attore che usa la voce per convincere l’interlocutore. Altri attori noti invece sono miei amici di lunga data e hanno creduto all’urgenza del progetto. Stesso discorso per la colonna sonora che vede nomi per me importanti come Caparezza, Tre Allegri Ragazzi Morti, Le Luci della Centrale Elettrica e Peppe Voltarelli.

Quanto credi che una situazione come quella dei call center sia peculiare all’Italia? È un paese che ha smesso di investire sui giovani? E questo accade anche nel cinema?
È un paese di raccomandati, senza dignità. Basta vedere la maggior parte dei film italiani per capire che non c’è rispetto dell’intelligenza dello spettatore, come del lavoratore.

Il tuo è un film “piccolo”: poche copie, quindi chiaramente poche persone lo vedranno, purtroppo. Eppure, dietro, c’è una lunga lavorazione, spese, sforzi. Questa è la perversione del cosiddetto “cinema invisibile”: ma come se ne esce?
In Italia ci sono le lobbies del cinema che non ti permettono di fare film “diversi” e anticonformisti, per questo spesso il nostro cinema all’estero viene visto come un cinema di serie B. Comunque noi ci distribuiamo da soli e siamo ottimisti, ma certo abbiamo bisogno del passaparola perché i giornali non parlano di noi e non abbiamo molti soldi per la pubblicità.

Pensi che una possibile soluzione sia l’implementazione su larga scala delle sale con tecnologia digitale?
Sarebbe una soluzione interessante, ma si dovrebbe fare sistema anche intorno ai prodotti di qualità low budget, non basta arrivare nelle sale, bisogna pubblicizzare la cosa.

Sei uno dei giovani registi di oggi costretto a ridurre drasticamente il budget del film (ove non sia autoprodotto), in lotta contro il “circuito di distribuzione di massa” che privilegia il ritorno economico e i film in molte copie; raccontaci questa situzione…
È una situazione molto triste, non ho voglia di parlarne, dovrei parlare male degli Stati Uniti che invadono il nostro mercato e parlare delle violente lobbies del cinema a cui non interessa nulla del cinema di qualità…preferisco vivere e continuare a lottare imponendo la mia poetica conquistandomi come ho sempre fatto ogni singolo spettatore.

Quanto c’è di autobiografico nella storia di Gianfranco e Marzia?
Molto, tuttavia non volevo raccontare questa storia generazionale solo in base alle mie esperienza e così abbiamo fatto questa lunga indagine, ma devo dire che la situazione è sempre la stessa: peggiorano le buste paga, (addirittura a Bari ho intervistato molta gente che percepiva 2 euro e 30 all’ora, naturalmente senza contratto) e con l’acuirsi della crisi il licenziamento e la mancanza di diritti aumenta, tutto è concesso, c’è crisi!!. Una parola che giustifica qualunque abuso. Il call center è il simbolo del precariato, il gradino più basso, dove non sei nessuno, perfino il nome che dai è fittizio, quando ci sei dentro combatti una guerra tra poveri, tu contro i tuoi colleghi, a chi fa più interviste o vende più contratti ad altri poveri che non riescono a dirti di no. Al momento se batti gli altri poveri ti senti uno in gamba che ce la può fare, più furbo degli altri, poi il giorno successivo si ripete tutto daccapo e ti accorgi che sei sempre in trincea e per te la galletta col ristoro non arriverà mai se non cronometrata. La promozione economica naturalmente è una chimera impossibile e se un giorno sei giù di corda ti massacrano, ti fanno sentire un incapace. Insomma, peggio del militare.

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