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Cos’è il mito e qual è il suo rapporto con il presente, il passato e il futuro della narrazione? Prima di affrontare la recensione de “Il primo Re”, permettetevi una piccola divagazione sul tema, perché ritengo che ci siano più livelli di analisi del film di Matteo Rovere e quello puramente tecnico, seppur stupefacente, è solo la punta di un iceberg che si innesta su un discorso più ampio, complesso, che va al di là del prodotto cinematografico nudo e crudo e coinvolge un’idea. L’evoluzione di un’idea, antica quanto la storia del mondo.

Sono tante le definizioni di mito, ma la mia preferita è quella di Walter Burkert, che parla di «racconti tradizionali forniti di una speciale significatività». In questo caso, “significatività” (bedeutsamkeit) è proprio termine tecnico della comunicazione, un elemento che determina l’efficacia di un racconto nel trasmettere contenuti ideologici e culturali condivisi da un gruppo. Gli interlocutori del mito, generalmente, sono gli appartenenti alla stessa comunità, che in esso trovano il senso della propria condizione. In altre parole, si tratta di un racconto a uso e consumo interno, che nasce ex post, in cui una specifica realtà trova fondamento e sacralità.

Ma come raccontare quelle stesse storie, ad un pubblico contemporaneo, senza snaturarne il senso? Con “Il primo Re” Matteo Rovere riesce nel tentativo di realizzare un intrattenimento popolare di altissimo livello.  Non si vergogna a “sporcarsi le mani” e sbandierare la sua fiera appartenenza al genere, anche attraverso uso della violenza crudo e esplicito, ma si presta a un’analisi stratificata.

Lo fa provando a trasportare il mito all’interno del “tempo storico”. O almeno, una ricostruzione verosimile del tempo storico. Lo fa ricoprendolo di sangue, fango e sporcizia e avvolgendolo con la luce naturale della splendida fotografia di Daniele Ciprì, per cercare di cogliere le sfumature socio-culturali del mondo fondato da quella storia esemplare. Trasformandolo, in sostanza, in un racconto esterno a uso dello spettatore contemporaneo.

E qui entra in scena la formidabile ricostruzione storico-archeologica dei luoghi e degli oggetti, per la quale Rovere si è avvalso dell’aiuto degli archeologici dell’Università di Tor Vergata, ma soprattutto la cura filologica nel rendere i dialoghi. Il film è, infatti, interamente recitato in “protolatino”, una lingua “artificiale” pre-romana costruita con il metodo comparativo da un gruppo di semiologi dell’Università La Sapienza, che hanno riempito le lacune del latino arcaico con l’indoeuropeo.

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Proprio per questa scelta radicale nell’uso della lingua, sarebbe facile accomunare “Il primo Re” a film come “La passione di Cristo” o “Apocalypto” di Mel Gibson. Facile, ma profondamente sbagliato. Nei film di Gibson, l’uso dell’aramaico o la lingua maya  rispondevano a esigenze di crudo realismo formale: l’intento, al di là del puro sensazionalismo e del risultato, era quello di rievocare una realtà storica o presunta tale.

Nel film di Rovere, lo scopo è nettamente diverso. Lo capiamo già dalla lingua di partenza, che è, di fatto, una costruzione fittizia. Quello che si vuole rappresentare nel “Il primo Re” è il sistema di valori arcaico, veicolato da un linguaggio straniante, che trascina lo spettatore in un contesto alieno. In modo coerente, verosimile, ma non realistico. Si tratta, naturalmente, di un azzardo, ma la scommessa è vinta anche con l’auto di Alessandro Borghi (Remo), Alessio Lapice (Romolo) e Tania Garibba (nella sua splendida interpretazione di Satnei, forse il personaggio meglio caratterizzato), che, prediligendo una pronuncia molto naturale e eufonica, hanno portato a casa interpretazioni intense e estremamente convincenti.

Per fare questo, la leggenda della fondazione di Roma è stata spogliata di tutti i riferimenti sovrumani o fiabeschi pregressi (non vengono mai menzionate, ad esempio, le origini semi-divine o la lupa), per soffermarsi esclusivamente sulla rappresentazione più cruda della dimensione religiosa arcaica dei popoli latini, in cui è facile riconoscere il seme di quella pietas, la totale devozione e obbedienza verso gli dèi e la religio, alla base della morale romana.

Il topos indoeuropeo del gemello, il doppio, in questa versione del mito di Romolo e Remo è diventa occasione di riflessione critica dei due atteggiamenti contrapposti: il pio Romolo (Alessio Lapice) contro l’empio Remo (Alessandro Borghi), fratello contro fratello, «una foglia e il suo dorso». E in questa storia, la custode del fuoco sacro, il personaggio più legato al contesto rituale – la vestale Satnei (Tania Garibba), che conosce l’arte divinatoria dell’aruspicina – diventa inconsapevole fautrice (e, in qualche modo, vittima sacrificale insieme a Remo) di un destino che sembra scritto dagli dèi nelle viscere degli animali. In realtà, come è chiaro a noi spettatori che osserviamo dall’esterno, è determinato dalle convinzioni degli esseri umani che creano dèi e presagi e finiscono per crederci, nel tentativo di conferire fondamento sacrale – lo stesso di cui si fa carico il mito antico – alle proprie azioni.

Tutto questo fa di “Il primo Re” un film fortemente “anti-epico”, nella misura in cui nell’epica, sia poetico-letteraria che cinematografica, si assiste alla celebrazione di comportamenti esemplari per il pubblico di riferimento. Noi, d’altro canto, non possiamo identificarci con né con Romolo, né con Remo, in film che non veicola i nostri valori e modelli eroici, ma quelli del mondo antico e ci fornisce un punto di vista che vive sia all’esterno che all’interno della mitologia. Quella dimensione tribale ricostruita da Rovere in modo tanto intelligente, quanto efficace (o meglio, fornito di quella significatività di cui parlava Burkert), ci dà così la possibilità di entrare a contatto con un pensiero antico in cui affondiamo le radici culturali, per poi affrontare con maggior consapevolezza il nostro. Dopotutto, quello di raccontare e trasmettere un patrimonio culturale condiviso, dandogli nuova forma e scopo, non è forse uno degli aspetti più interessanti del cinema?

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