Home > Report Live > Il punk-folk-rock che non delude

Il punk-folk-rock che non delude

Il programma del primo giorno del Rock In Idro, più modestamente rinominabile Rock In Palasharp, Lampugnano, vede alternarsi sul palco un assortimento di gruppi eterogenei in grado di interessare sempre solo una parte del pubblico, che infatti brulica all’esterno dell’ingresso in tutte le ore del giorno.

Arriviamo nel momento in cui i britannici The Subways mettono piede on stage. Non c’è dubbio che questi tre ragazzi sappiano tenere il palco di fronte ad un pubblico incuriosito ma ancora distratto. La loro formula musicale di indie e punk super collaudati prevede estratti dai loro primi, nonché unici finora, due dischi in studio, “Young For Eternity” e “All For Nothing”. L’alternanza dietro il microfono di Billy Lunn e Charlotte Cooper, nonché il loro dinamismo sul palco, donano frizzantezza ed energia alla performance, culminata nella conclusiva “Rock ‘n’ Roll Queen”. In mezz’oretta, i The Subways danno tutto quello che possono e lasciano gli astanti caldi e pronti per le band successive.

Tuttavia, come accennato in apertura, le note cambiano già con i successivi The Gaslight Anthem, formazione che, fin dal brano-hit “Old White Lincoln”, ci propone un rock alternativo abbastanza posato, melodico e cantabile, certo non intenzionato a scatenare la movida sotto il palco. D’altra parte i musicisti usano citare il nome di Bruce Springsteen tra le principali influenze della loro musica. Bravi, puliti e statici, latitano in quanto a potenza sonora e questa pecca si sente in maniera crescente col trascorrere dei brani e dei minuti. Dimenticarli, pur senza rancore, diventa facile quando abbandonano il set.

Le musica cambia ancora, non necessariamente in meglio, con i pure statunitensi The All American Rejects, noti ai più per i singoli “Little Dirty Secret” e “Gives You Hell”. Il frontman Tyson Ritter, talvolta anche bassista, sembra una classica icona emo: alto, smilzo, vestito in bianco con scarpette fucsia, si contorce sul palco e sul pavimento durante lo scorrere dei brani. Perlomeno, prova a interagire col pubblico e non si fa intimorire dal relativo disinteresse che riceve in risposta. Fan della band sono comunque presenti e hanno di certo da essere soddisfatti della prestazione dei loro beniamini, un rock catchy e adolescenziale.

Quando se ne vanno diventa tempo di fare sul serio: è in queste ore infatti che il pubblico pagante raggiunge l’apice della sua affluenza all’interno del palazzetto, e i Flogging Molly sono uno dei principali motivi. Quando i sette musicisti attaccano col loro brioso e trascinante irish-punk, la folla reagisce con entusiasmo e i corpi accaldati della gente si spingono, si schiacciano, saltano e ballano: stare fermi è impossibile. Gran parte del merito va al carismatico frontman Dave King, che trapela simpatia e genuinità folk da ogni suo sorriso. La band è qui a promuovere l’ultimo e ottimo disco, “Float”, ma i classici come “Seven Deadly Sins” e “Drunken Lullabies” non possono mancare e il pubblico ne è letteralmente rapito. Il fascino di strumenti come la fisarmonica, il tin whistle o il mandolino è, e sempre sarà, immortale.

La proposta musicale successiva è per molti versi differente ma, se possibile, di successo ancora maggiore. I Gogol Bordello, con la loro musica gitana e senza confini, sono una band indubbiamente vicina all’apice della notorietà. Così, chi assiste alla loro esibizione non può che inchinarsi all’estro di Eugene Hültz e allo spettacolo coreografico che, canzone dopo canzone, viene messo in piedi dai musicisti, uno con più personalità dell’altro. I successi scorrono uno dopo l’altro, con “Wonderlust King”, “Start Wearing Purple” e tutti gli altri, portando il pubblico ad un livello di movimento e di coinvolgimento che forse non si ripeterà più nemmeno con i The Pogues.
[PAGEBREAK] Finito questo micidiale uno-due, la gente comincia in parte a defluire, nonostante si appresti a salire sul palco una delle band più rappresentate sulle magliette dei presenti, ovverosia gli storici punk rocker a stelle e strisce Social Distortion. Statici on stage come i monumenti che sono e privi di qualunque fronzolo esteriore, abbisognano di un bel po’ di tempo per lasciarsi andare a scambiare almeno qualche frase col pubblico. Nel frattempo, snocciolano uno dopo l’altro quasi tutti i loro brani celebri, sempre molto applauditi e cantati, con mestiere e col consueto calore della voce del singer, chiudendo con “Story Of My Life”. Uno dei pochi momenti in cui Mike Ness ha aperto bocca tra un brano e l’altro, è stato per rimarcare come si aspettasse uno show all’aperto e come fosse assurdo che in Italia ci fosse un solo loro concerto. Un punto di vista del tutto condivisibile, considerando quanto i loro fan abbiano dovuto penare per vederli dal vivo.

Quando i Social Distortion abbandonano la scena, ancora un’ulteriore fetta di pubblico lascia l’interno del palazzetto. Si apprestano infatti a salire sul palco i Babyshambles di Pete Doherty, personaggio complicato e particolare, ostaggio della sua stessa personalità, ma troppo sofisticato per essere digerito da qualunque amante del punk rock da strada. Il quartetto, col suo abbigliamento addirittura impegnativo, si impegna a svolgere il compitino con precisione e freddezza, mettendo sul vassoio il suo rock britannico fino al midollo con “Side Of The Road”, “Albion” e molte altre, fino alla conclusiva “Fuck Forever”, dopo la quale la band toglie il disturbo senza salutare.

Così, il pubblico torna a radunarsi per l’ultima volta della giornata per i The Pogues di Shane MacGowan e Spider Stacy. Shane barcolla, deve appoggiarsi all’asta del microfono e si mostra sempre con una sigaretta, bicchiere o una lattina di birra in mano. Tra un pezzo e l’altro, scorrono imbarazzanti momenti di silenzio prima che la band si coordini, soprattutto nei confronti dell’alcolico frontman, per attaccare col brano successivo. La scaletta tiene conto degli evidenti limiti di prestazione di Shane, e per dargli fiato introduce pezzi cantati da altre voci ed uno strumentale. Chi non ha mai visto dal vivo il controverso MacGowan lo osserva sorridendo ironicamente per la sua presenza traballante e la sua pronuncia biascicante. Ma nonostante non si possano umanamente capire le frasi farfugliate al pubblico, le canzoni sono grandi, sono quelle che i fan vogliono, quelle che li fanno ballare, e nessuna meglio della conclusiva “Fiesta” potrebbe apporre un suggello alla prestazione di una band ancora affiatata ma già confortevolmente accomodatasi nella storia del folk irlandese.

È finita. Siamo entrati col sole e usciamo col buio. Dopo una dozzina di ore, dieci gruppi di fila e numerose attività al di fuori del palazzetto, è finita la prima giornata del Rock In Idro. Il pubblico che è rimasto fino all’ultimo è stanchissimo, accaldato come non mai (ma sotto il sole sarebbe stato ancora peggio) e defluisce ordinatamente verso casa. Tuttavia, è il caso di dirlo, è stato bello, nessuna band ha tradito le aspettative dei suoi fan e ognuno può addormentarsi soddisfatto e con un buon ricordo in più. A meno che non si sia ubriacato troppo nel frattempo, ovvio.

Scroll To Top