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Il regolamento 2.0 dell’AgCom contro la pirateria

Il 6 luglio scorso l’AgCom doveva approvare il regolamento contro la pirateria che tante polemiche aveva suscitato negli scorsi mesi: un’insurrezione vera e propria, sfociata nella “notte bianca della rete” (cui avevano partecipato, tra gli altri, Emma Bonino e Dario Fo).

Invece, a sorpresa, l’Authority ha fatto marcia indietro e ha preferito sfornare un nuovo regolamento. Il testo sarà sottoposto, nei prossimi sessanta giorni, a consultazione pubblica ed è quindi da considerarsi ancora provvisorio. Nessuna regola verrà, dunque, scritta prima di ottobre, con buona pace di quanti temevano di trovare, a settembre, tutto già deciso, come da nota pratica politica volta a sfruttare l’inerzia e la distrazione estiva degli italiani.

Calabrò aveva esordito con parole collaborative e tranquillizzanti: “Abbiamo messo a punto un testo attentamente riconsiderato, dal quale sono state eliminate ambiguità e possibili criticità, fugando così qualsiasi dubbio sulla proporzionalità e sui limiti dei provvedimenti dell’Autorità e sul rapporto tra l’intervento amministrativo e i preminenti poteri dell’Autorità giudiziaria“. Ma le concessioni sembrano più uno specchietto per allodole, talvolta del tutto pleonastiche.

Mettiamo da parte, per il momento, la “passione” dell’AgCom ad accaparrarsi competenze che non le spetterebbero: il Decreto Romani infatti le conferisce il potere di tutela del diritto d’autore in materia di servizi audiovisivi, e tale non è certamente un sito internet o anche, a tutto voler concedere, un portale come YouTube. Ma tant’è.

Per quanto concerne le novità del “decreto 2.0″, esse partono dai “tempi” concessi per l’accertamento della lesione. I termini perentori vengono raddoppiati, per consentire un “trasparente contraddittorio”. Detto così, può sembrare un grosso passo avanti. Poi, a guardare bene, le ventiquattrore concesse al titolare del sito per rimuovere spontaneamente il contenuto diventano quattro giorni (che, in sé, sono tutt’altro che un’eternità!); i cinque giorni entro cui l’AgCom doveva effettuare l’istruttoria slittano a dieci; nei successivi venti (prorogabili di ulteriori quindici giorni), l’Authority deciderà se emettere l’ordine di cancellazione e, nel difetto, irrogare le sanzioni, oscurando il contenuto. Il tutto si esaurisce, dunque, in un mese: un battito di ciglia rispetto ai tempi con cui, normalmente, le altre amministrazioni italiane sono solite condurre a termine gli accertamenti. Perché questa solerzia quando sono in gioco interessi di industrie (cinematografica, editoriale, musicale) che, guarda caso, trovano nel presidente del Consiglio il loro principale rappresentante?

Ancora una volta, resta il fondato dubbio che il gestore del servizio internet, nella ristrettezza dei tempi onde evitare le sanzioni, possa più sbrigativamente preferire di autotutelarsi, cancellando i contenuti, senza dire nulla all’utente uploader. Il quale, poi, potrebbe trovare tutt’altro che conveniente ricorrere, attraverso un costoso avvocato, ai tempi ingloriosi delle aule di tribunale, per ottenere un ristoro puramente “morale”.

Inoltre, durante questa procedura, non si fa riferimento alcuno al diritto dell’utente a “contraddire”: il cittadino uploader viene completamente messo da parte, senza possibilità di interagire o di presentare motivazioni a propria difesa. Una violazione esplicita dell’art. 24 Cost. che sancisce il diritto alla difesa.

Le prese in giro non finiscono qui.
Il nuovo regolamento sottolinea che il procedimento davanti all’Autorità non è alternativo, ma concorrente a quello giudiziario. In parole povere, il netizen uploader avrebbe sempre la possibilità di ricorrere al giudice naturale precostituito. Si sono voluti così fugare i timori di quanti avevano criticato il precedente testo perché non prevedeva espressamente il diritto di ricorrere alla magistratura (unico soggetto terzo e imparziale competente a decidere in materia di diritti soggettivi). Anche questa aggiunta mi sembra inutile. Non sarà, infatti, una fonte amministrativa a decidere se e quando il cittadino può invocare l’intervento del giudice, provenendogli questo diritto sempre e comunque dalla carta costituzionale (art. 24) e dai principi dell’ordinamento comunitario. Anche il precedente regolamento, quindi, sia pure nel silenzio di un’espressa formulazione, non poteva inibire l’intervento dell’autorità giudiziaria ordinaria.

Pleonastica è anche la precisione della possibilità di impugnare la decisione dell’AgCom davanti al TAR Lazio, essendo ciò già previsto in generale per qualsiasi decisione dell’Authority.

Ad onor del vero, il regolamento 2.0 esprime due concetti nuovi. Il primo è che, se adito, il giudice ordinario potrebbe sospendere il procedimento amministrativo davanti all’AgCom, con ciò concedendo all’A.G.O. un potere di interferenza sull’attività amministrativa.
Il secondo – e sicuramente più importante – è la previsione del principio del “fair use“, di importazione anglosassone. In virtù di quest’ultimo, la procedura deve essere applicata solo ai siti che svolgono attività commerciali e hanno scopi di lucro. Restano dunque fuori quelli che esercitano cronaca, commento, critica o discussione, didattica o fini scientifici. Questo vuol dire che YouTube sarà nel centro del mirino e non lo sarà – o non dovrebbe esserlo – il piccolo blog privato.

Per concludere: siamo ancora all’epoca dei dinosauri. La scelta chiara ed esplicita dello Stato di sostenere, tra le due economie in lotta (quella più antica, che fonda il proprio potere sul copyright, e quella moderna invece che mira, attraverso la diffusione dei contenuti, a vendere pubblicità e a promuovere i nuovi mezzi di condivisione) lo status quo, ci dimostra come la legge troppo spesso non sia solo un terzo arbitro e quanto disprezzi l’idea di un mercato che, da solo, dovrebbe invece trovare nel progresso i propri sbocchi naturali.

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