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Il requiem laico alla terra

The Blue Planet parla di Noè e della creazione del Mondo. Nonché della sua distruzione.

Lo spettacolo, ideato da Peter Greenaway e da Saskia Boddele, musicato da Goran Bregovic, è stato al Teatro degli Arcimboldi sino al 22 ottobre. Mischia danza (con i due attori ballerini fulvocriniti, Dory Sanchez e Hendrik Aerts) canto (strepitosa la voce di Helga Davis) e musica (con la Brigata Sinfonica), cui si assommano videoproiezioni e computergrafica. Il tutto per parlare di ambiente.

La storia è ricca di simboli e procede in multilivello: da una parte, c’è Dio che crea il Mondo. In contrapposizione, ciò che esso è oggi, “distrutto dall’uomo”. Sottofilone, ancora Dio che chiede a Noé (che ha la voce di Moni Ovadia) di creare un’arca. Joan (la Davis), moglie di Noè, e chiaro simbolo della Madre Terra, non ci vuole salire, mentre i suoi figli, Ruth e Shem (la Sanchez e Aerts) cercano di convincerla a scendere a un compromesso.

Chiaramente, l’opera diventa un rimbrotto, un rimprovero e una stigmatizzazione dei danni che l’uomo ha creato all’ambiente. Non mancano scene girate nei macelli o nelle fabbriche di uova (con tanto di pulcini maschi tritati vivi, come è prassi normale, nonostante la maggior parte delle persone non lo sappia e lo scopra con raccapriccio in sala).

Si diceva che Joan, che è seduta tra il pubblico, non vuol salire sull’Arca. Non crede che Dio parli con Noè (che per lei è chiuso in bagno a svuotarsi gli intestini) e in ogni caso perché salvare gli esseri umani, razza scellerata, che ha già distrutto e inquinato il mondo?

I figli dai capelli rossi, che ballano e scivolano nella piscina appositamente creata sul palco, che si spogliano e si tingono di blu per poi ripulirsi, l’implorano di venire, ché il suo abbandono crea loro «il panico nello stomaco».

L’opera è recitata in inglese (Joan e Shem), castigliano (Dio e Ruth), francese (Shem) e italiano (Noè) per dare un senso di ineluttabile universalità al testo. Elemento onnipresente è l’acqua («Non ci serve guardare fuori dalla finestra per sapere che sta ancora piovendo»), che ricorda la purificazione, ma anche la punizione. La Terra, per tre quinti d’acqua. Il corpo umano, al 90% di acqua, quando nasce. Il liquido amniotico. E si potrebbe continuare così all’infinito. Ciò che pulisce Il Mondo insozzato dall’uomo. Il Diluvio infatti non è solo punizione quanto pulizia.

Centrale anche l’amore dei figli per la Madre. Non vogliono essere lasciati da lei. E lei infine decide di sopravvivere, per amor loro (e del suo cagnolino: non è giusto che a Dio non importi della sorte degli animali che non saranno sull’Arca. Dio che, tra l’altro, non vuole i maiali tra i superstiti).

In quel momento, ecco che appare l’arcobaleno, visto come una sorta di monito per una vita migliore.

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