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Il restauro presentato al Torino Film Festival

“Diario Di Un Maestro” potrebbe tranquillamente essere il titolo della biografia del suo autore. Perché Vittorio De Seta, il più famoso documentarista italiano, un grande Maestro lo è diventato con il tempo e grazie ai suoi film “centellinati”, per dirla con il presidente del TFF Lorenzo Ventavoli. Proprio come il protagonista del suo film.

Uno degli eventi più importanti del 26esimo Torino Film Festival (il secondo dell’era morettiana) lo si deve ancora una volta alla preziosissima Cineteca di Bologna di Giuseppe Bertolucci (di cui ricordiamo il fondamentale lavoro sull’opera pasoliniana), in particolare nella figura del direttore Gian Luca Farinelli, presente alla conferenza stampa al Cinema Massino giovedì 27 novembre insieme al Presidente Ventavoli e allo stesso regista palermitano. Il restauro del film è stato eseguito dal Laboratorio “L’Immagine Ritrovata”, da anni specializzato nella riscoperta di opere importantissime del cinema italiano (basti pensare al recente “Anni Difficili” di Zampa riproposto a Venezia 65). Con il sostegno di Rai Teche, il lavoro di restauro in alta definizione ha restituito così all’opera di De Seta tutta la vitalità estetica che meritava, a partire dal colore tornato definito e dalla fotografia, per arrivare al suono in presa diretta, caratteristica peculiare dello stile documentaristico.

La versione proposta al TFF è stata quella ridotta per le sale cinematografiche, mentre si attende il recupero dell’intero sceneggiato Rai (della durata complessiva di 270′) trasmesso nel febbraio 1975 e che fece registrare 12 milioni in media di ascolto a puntata. Più degli Amici di Maria, unica scuola televisiva sopravvissuta nel nostro Paese. Fin qui l’aspetto tecnico, sul quale non vi era il minimo dubbio di successo, trattandosi della Cineteca di Bologna, alla quale è andata infatti la sincera gratitudine dello stesso De Seta.

L’autore di “Banditi A Orgosolo” nel suo intervento ha insistito su come il pensiero portato avanti con forza intellettuale in “Diario Di Un Maestro” non abbia mai perso la sua carica d’attualità e di come quel discorso pedagogico sia ancora oggi validissimo. Non a caso Morando Morandini si spinse a definirlo “il film sulla scuola più credibile, onesto e appassionato che sia mai stato realizzato in Italia“. Niente a che vedere con i vari nostrani “La Scuola” e “Auguri Professore” (e senza prendere in considerazione i primi liceali Muccino o l’irreale “Attimo Fuggente”) o “Io Speriamo Che Me La Cavo” della Wertmuller, sebbene quest’ultimo molto affine come trama ma completamente divergente come poetica. Qualcosa di quell’Onda lunga si è vista in tempi recenti solo nella Palma d’Oro 2008 di Cantet, il bellissimo “Entre Les Murs”, ovviamente però calato in un diverso e moderno contesto geografico e culturale.
[PAGEBREAK] “Diario Di Un Maestro” è la storia di un maestro del sud che emigra al sud, un napoletano spedito nelle borgate romane del Tiburtino, al quale viene affidata una classe di fatto differenziale, ponte come direbbero oggi i riformisti scellerati della Scuola, ma verso l’incubo del lavoro minorile. Una classe di ripetenti, ragazzi bocciati e scontrosi, che quasi non riconoscono le regole imposte, le norme della vecchia scolastica. Il maestro Bruno D’Angelo, interpretato in maniera semplicemente straordinaria da Bruno Cirino Pomicino (fratello, sic!) che vive invece di recitare e insegna invece di stare in scena risolleva le sorti della classe.

Con un’applicazione didattica della “Lettera A Una Professoressa” di Don Milani e in senso più lato di tutta la nuova pedagogia portata avanti dal prete di Barbiana e dai suoi ragazzi, nonostante De Seta simpaticamente abbia affermato di non averlo mai letto. L’abolizione dei banchi in posizione frontale, il predellino della cattedra simbolo del potere gerarchico per eccellenza trasformata in un ripiano per attrezzi scolastici, a disposizione di tutti, sono solo alcune delle novità apportate. Il maestro Bruno, costantemente in giacca e cravatta o mentre dipinge in maniche di camicia, crea così una classe sì differenziale, ma nel senso che diventa l’unica in tutto il comprensorio scolastico a intendere la Scuola in senso moderno: la sua rivolta contro i libri di testo nozionistici e revisionistici è l’idea di una scuola che è “aderente alla vita”, che fa raccontare agli alunni, fa loro decidere, partecipare, dare voce alle loro storie familiari, pagare anche letteralmente con l’istituzione di una cassa comune per portare avanti un lavoro scolastico creativo e indipendente. Stampano dei giornali scolastici autoprodotti quei ragazzi dai nomi contadini, disegnano mappe sociologiche, danno vita ad una cultura alternativa.

Magnifico risulta lo scontro finale tra il preside e il vecchio corpo docente che vuole bocciarli perché quegli allievi non sanno tradurre una brutta poesia del Pascoli, e il maestro che invece difende lunghi mesi di Scuola vera, diretta, efficace, che però non porta un diploma per entrare nella società. Bruno decide allora di lasciare il ruolo di insegnate, per non restare solo. Il diario torna per un attimo alla sua vita pre-scolastica, nel nido bucolico della sua famiglia, ma il Maestro decide infine di riprendere il posto tra i suoi ragazzi. Per non lasciarli soli.

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