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Il Risveglio della Forza e il viaggio dell’eroe: Star Wars tra cinema e mito

Star Wars: Il risveglio della Forza” (qui la nostra recensione) riporta in vita la saga a dieci anni dall’uscita di “Episodio III – La vendetta dei Sith”. Tuttavia, sembra passato molto più tempo. Perché, quando pensiamo a “Star Wars”, in realtà stiamo pensando alla trilogia originale, l’unica riuscita ad entrare prepotentemente nel nostro immaginario senza mai abbandonarlo. 

Non è facile, quando si parla di “Star Wars”, trovare la giusta maniera di affrontare un argomento così sfaccettato: non si tratta solo di cinema, ma di cultura e tradizione.

L’universo creato da George Lucas nel 1977 con il primo “Guerre Stellari“ (solo in seguito ribattezzato “Episodio IV – Una Nuova speranza“) è passato via via dall’essere un film, per quanto estremamente importante dal punto di vista storico (fondamentale per lo sviluppo del blockbuster odierno), a tradizione collettiva condivisa.

Un fenomeno che non si può esclusivamente spiegare né con la qualità narrativa e tecnica dell’opera cinematografica in sé, né con modelli di strategie di marketing che hanno hanno accresciuto la fama dei film negli anni, ma che affonda le sue radici nella stessa natura della materia raccontata.

Ci troviamo, infatti, di fronte a uno dei più rilevanti esempi di mitopoiesi dell’età contemporanea: una storia pensata come se fosse un mito, che integra temi tradizionali ed elementi storici e culturali contemporanei, combinando insieme l’Oriente dei Samurai con l’Occidente della Frontiera, passato e presente, concetti scientifici e religiosi. Quello che poteva rischiare di essere un miscuglio informe di suggestioni diverse, si è rivelato essere qualcosa in grado di soddisfare i bisogni emotivi di più generazioni, provenienti da contesti geografici e sociali diversi, diventando – nel bene e nel male – parte integrante del nostro patrimonio culturale. In un’epoca in cui sembra impossibile credere davvero nella veridicità dei miti del passato, gli antichi valori sacri vengono laicizzati attraverso storie di fantasia che sopperiscono a quell’esigenza del tutto umana di trovare modelli esemplari.

Dunque, perché una storia così semplice e, in un certo senso, infantile come quella di “Star Wars” funziona?

La grande intuizione di George Lucas fu certamente la scelta ispirarsi dichiaratamente alla struttura narrativa del monomito o il viaggio dell’eroe, che il mitologo Joseph Campbell, ispirandosi agli studi sull’inconscio collettivo di Carl Jung, aveva riconosciuto in molti racconti tradizionali provieniti da ambiti diversi.

Tale struttura, che si sviluppa in 17 stadi, non è altro che un’estensione dei tre fondamentali momenti osservati nei riti di passaggio dal grande etnologo francese Arnold Van Gennep, cioè separazione, transizione, reintegrazione.

Campbell, nel suo saggio “L’eroe dai mille volti”, sintetizza così il monomito: «L’eroe abbandona il mondo normale per avventurarsi in un regno meraviglioso e soprannaturale; qui incontra forze favolose e riporta una decisiva vittoria; l’eroe fa ritorno dalla sua misteriosa avventura dotato del potere di diffondere la felicità fra gli uomini» (Campbell 1949, pp. 33-34).

Vi ricorda nulla? Rifacendosi così ad un modello archetipico, con la sua eccezionale semplicità, e scegliendo la via dell’epopea familiare, Lucas segue pedissequamente tutti i 17 stadi nel narrare la vicenda del giovane Luke Skywalker, che, dopo aver abbandonato il modesto pianeta Tatooine con l’auto del mentore Ben Kenobi, acquista consapevolezza del suo potere, affronta dure prove di iniziazione, supera il tipico complesso edipico e infine porta l’equilibrio nella Galassia.

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Lungi da me affrontare in questa sede il discorso dell’opposizione tra strutturalismo e storicismo nello studio dei miti, discutendo della reale universalità dello schema di Campbell, ma è indubbio che questa struttura così semplice e fiabesca (che potrebbe essere analizzata anche con il più classico Schema di Propp),  abbia dato il risultato sperato. Affondando le sue radici in un inconscio quasi infantile, nei sogni e nei desideri di ognuno di noi, è stata arricchita con rimandi alla cultura popolare, trasformandosi in a sua volta in modello.

L’ambientazione spazio-temporale, naturalmente, è simile a quella del mito: un luogo fuori dal tempo, non più in un passato dimenticato ma in una galassia lontana lontana, ma non così aliena da essere per noi incomprensibile.

Lucas dà al mondo da lui creato poche e semplici regole di funzionamento, ponendo al centro di tutto la Forza, «campo energetico creato da tutte le cose viventi» che «mantiene unita tutta la galassia», come spiega lo stesso Ben Kenobi al giovane Luke. Per dirla come Campbell, una «dottrina universale» che «insegna a tutti che le strutture visibili del mondo […] sono gli effetti di un potere onnipresente dal quale sorgono, dal quale sono sostenute e riempite durante il periodo della loro manifestazione, e nel quale devono infine dissolversi» (Campbell 1949, p. 229).

A rifletterci con attenzione, la storia di “Star Wars” è quella di un mondo in cui il declino della religiosità e del misticismo ha creato uno squilibrio tra bene e male, luce e oscurità. Il tentativo di ristabilire questo equilibrio quasi zoroastriano o manicheo è messo nelle mani di un giovane di umili origini che si rivela un eroe dai poteri eccezionali, quasi ad incarnare il desiderio di autodeterminazione dell’uomo moderno (che forse per Lucas, nel 1977, coincideva con il grande sogno americano, ma in qualche modo è valido per tutti).

È bizzarro pensare che un’opera di fantascienza dell’importanza di “Star Wars” parli essenzialmente di fede e determinismo, ma in fondo non è inusuale (basti pensare al tema religioso in “Dune” di Frank Herbert o in “Battlestar Galactica”). Sembra quasi che, in un certo senso, le persone non riescano mai veramente a sottrarsi al fascino di un mondo magico a cui ormai credono sempre meno, ritrovandolo nella fantasia.

La verità è che la trilogia originale racconta quella storia che, da millenni, l’essere umano non si è mai stancato di sentire. E lo fa in modo semplice, comprensibile, universale.

Con la trilogia prequel, che avrebbe dovuto dare giustificazione all’ascesa di Anakin Skywalker al Lato Oscuro della Forza, Lucas sembra rinnegare tutto questo.  Al di là del discutibile risultato estetico e narrativo (perché, a rivederla oggi, non regge decisamente il colpo), il tentativo di conferire una maggiore complessità alla struttura archetipica si è rivelato il principale dei molti errori di Lucas, che si è concentrato sul macrocosmo e sugli intrighi su larga scala, introducendo pensanti elementi di geopolitica e economia, ma dimenticandosi di dare respiro epico a situazioni e personaggi.

Il punto di non ritorno è stato probabilmente raggiunto con l’introduzione dei midi-chrlorian per spiegare, abbastanza goffamente, i meccanismi di azione della Forza: nel momento in cui credere in questa mistica energia ha smesso di essere essenzialmente un atto di fede, è stato snaturato l’elemento intorno al quale ruotava l’intera vicenda e il mito è tornato ad essere semplicemente una storia come tante.

Cosa significa quindi “Star Wars: Il risveglio della Forza” per la continuazione della saga?

La risposta sta proprio nel titolo: la Forza si è risvegliata dal torpore in cui l’aveva fatta precipitare il suo stesso creatore, con i rimaneggiamenti, i tentativi di riscrittura e le complicazioni inutili.

Il film di J.J. Abrams riesce a ridare dignità mitica alla materia narrativa, ricollegandosi direttamente alle origini. Non è una questione di vicenda narrata, che indubbiamente ricalca quella originale, variando o ribaltando di pochissimo il modello, ma una questione di direzione: funziona quasi come una dichiarazione d’intenti, ricollegandosi alla struttura classica del monomito e gettando le basi per una nuova epopea.

Naturalmente, c’è una marcata insistenza sulla componente nostalgica: riferimenti, citazioni e intere situazioni riproposte (la locanda di Maz Kanata su Takodana meritava di essere qualcosa di più di una più grande Cantina di Mos Eisley e invece di costruire una Morte Nera ancora più grande da far saltare in aria – «c’è sempre un modo!», come dice Han – , si poteva ripiegare su altro) sembrano quasi imposizioni del reparto marketing della Disney, piuttosto che genuini omaggi, ma in fondo, anche questo è parte del comportamento mitico dell’uomo moderno (perché un culto – usato qui nell’accezione propria del termine – laico di queste proporzioni è necessariamente accompagnato da ingenti interessi economici).

Ciononostante, “Il risveglio della Forza” è il miglior primo capitolo di una nuova trilogia in cui avremmo mai potuto sperare. Riprende tutti gli elementi fondanti di quella nata nel ‘77: il viaggio dell’eroe (questa volta eroina), il conflitto generazionale, l’equilibrio precario di una galassia minacciata dal totalitarismo, la perdita della memoria culturale (i Jedi sono ora considerati leggenda), aggiornandoli e adattandoli alla modernità.  I tempi sono finalmente maturi, a 36 anni dalla Ripley di “Alien”, per affidare l’eroismo a figure femminili forti e credibili. Non siamo ancora ai livelli delle di Furiosa e delle vuvalini di “Mad Max: Fury Road” di George Miller, che trascendevano qualunque differenza tra generi, rendendola irrilevante. Si sente ancora la necessità di sottolineare la novità: «Non prendermi la mano» ripete più volte Rey a Finn, nella loro fuga da Jakku, ma tutto sommato J. J. Abrams e Lawrence Kasdan sono riusciti a scrivere nuovi personaggi ben strutturati, coerenti con la materia narrativa e, allo stesso tempo, in grado di far immedesimare il pubblico di oggi.

Anche i personaggi storici, inclusi quasi per sancire il passaggio del testimone, sembrano trovare una loro coerenza all’interno della narrazione (siamo lontanissimi dal puro fan service di “Episodio I – La minaccia fantasma”, dove, per esempio, senza alcun senso di continuità, la creazione di C3PO veniva attribuita ad Anakin).

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In questo senso, il personaggio di Han Solo risulta centrale più che mai, necessario per conferire incredibile profondità tragica a Kylo Ren, dilaniato dal conflitto tra luce e oscurità come nemmeno Darth Vader riusciva ad essere.

“Il Risveglio della Forza” è così un film di passaggio, un ottimo incipit per qualcosa che verrà. Non si può ignorare che non sia ancora una vera storia, con la propria specificità, ma è ugualmente in grado soddisfare una larga fetta di pubblico con la semplicità di una struttura tradizionale. Il vero giudizio, naturalmente, deve essere rimandando a trilogia conclusa, ma la direzione è quella giusta. Ora che ci si è ricollegati alle origini della saga, è tempo di fondarne una nuova.

Per approfondimenti:

Campbell, J. (1949), The Hero with a Thousand Faces , Tr. It. L’eroe dai mille volti (1958), Milano, Feltrinelli

Jung, C.G. (1921), Psychologie und Religion, Zùrich, Rascher Verlag. Tr. it. Opere. Vol. 11: Psicologia e religione (1979), Torino: Bollati Boringhieri.

Propp, V. ( 1928), Morfologiija skazk, Tr. It. Morfologia della fiaba (2000), a cura di Gian Luigi Bravo, Torino, Einaudi.

Van Gennep, A. (1909). Les Rites de Passage. Paris, Émile Nourry. Tr. it. I riti di passaggio (2012), Torino: Bollati Boringhieri.

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