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Il ritorno della Venere Nera

Les jeux sont fait e la Venere nera ritorna a calcare nuovamente i palchi europei. Le aspettative sono tante, le emozioni indescrivibili ed il clamore incontenibile. Questa è l’attesa per una grande star che manca da troppo tempo e che inevitabilmente porta con sé paure, indecisioni, tentennamenti per buona riuscita (dubbia). Soprattutto quando si tratta di una star problematica come Whitney Houston.

La voce limpida e pura degli anni ’80 che ha regalato hit indimenticabili appare provata dalla vita in balìa di vizi e condotta opinabile. Ma questo non sembra interessare il pubblico che, nostalgico, vuole “the voice” e abbandonarsi al brivido. Il Palalottomatica è culla del suo ritorno nella Capitale. Dopo l’ultimo lavoro (a ben sette anni dal precedente) “I Look To You” che è subito volato in testa alla classifiche e ha spopolato grazie al singolo “Million dollar bill”.

Luci basse, maxi schermo ovale centrale su cui scorrono le immagini dei suoi anni “verdi” e due laterali. Ha lanciato la sfida ed ora calca il palco, lì di fronte a lei migliaia di fan in trepidante attesa.
Emozionata, tremante, ringrazia ed inizia lo show.

La musica la lancia, la voce la innalza, occhi al cielo e le note iniziano a danzare e la sfida ha inizio per recuperare pezzi di quegli anni che la resero grande ed inarrivabile; per dimostrare che lei c’è, ancora una volta, su quel palco che da sapiente burattinaio ha dominato la sua vita. Il senso di precarietà fa da padrone sul palco che cozza con l’apparato da grande star: sfavillio, coristi in gran spolvero, ballerini hip hop dinoccolati ed una strepitosa band all black supportano la Houston.
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E l’inizio è di “I Look To You”, che interpreta con intensa carica emotiva, le cui note scorrono dolcemente su uno spartito breve e toccante accompagnate da suggestivi fotogrammi: guerra, soldati, mitra, bombardamenti, esplosioni, cimiteri e croci ci colpiscono e travolgono.

La scaletta procede con “Saving All My Love For You”, “Greatest Love For All”, “I Learned From The Best” “One Moment In Time”, “Step By Step”, “Saving All My Love For You”. Ma è provata: il fisico, appesantito e aggravato da movenze poco fluide, tradisce la volontà e la stanchezza non tarda a sopraggiungere. Le corde vocali fragilmente tentennano e tremano. La voce non è più ferma, decisa ed incisiva: si inarca e a fatica rincorre le note più alte.
Poi arriva il momento clou tanto atteso: “I Will Always Love You”. Si ferma, bel sospirone e poi si butta. Ci prova. rischia, si stinge in una contrita smorfia del viso quasi ad abbandonarsi ad una prece e la voce fuoriesce, quasi inaspettatamente ed il pubblico impazzisce, si alza in piedi ed acclama.

E Whitney Houston la regina del pop baciata dalla natura: bella e con una voce capace di ogni virtuosismo, probabilmente vive questo tour in maniera forzata come una discesa agli Inferi per sopraggiungere alla rinascita. E la prova live non fa che evidenziare in maniera ancor più marcata, rispetto a quanto i tabloid ci avevano preannunciato, come la vita abbia lasciato segni evidenti su Whitney sia fisicamente che musicalmente: quel mostruoso strumento capace di tre ottave, un prodigio da far impallidire, dà segni di cedimento. Anche se di quel timbro unico tra r&b e soul dalle sfumature graffianti e arrochite, dal ritmo potente e ficcante con acuti da soprano, ci dà prova – sebbene con qualche difficoltà.

Le corde vocali ne sono affaticate: brevi frasi, poi lunghi riposi per prender fiato, debole controllo dell’emissione vocale.
L’orchestra fa da tappeto, le coriste si accollano gran parte dello sforzo vocale, il fratello Gary fa da trait d’union tra un cambio d’abito e l’altro, riuscendo a strappare un numero canoro tutto suo, poi l’omaggio a Jacko sulle note di “Song For You”, ma subito dopo pause dilatate per lenire la gola che brucia. Scampoli di memoria musicale per finire con “I Wanna Dance With Somebody”, che travolge il pubblico in deliranti plausi di evidente coinvolgimento.

Siamo stati spettatori attenti e partecipativi verso una grande star la cui “messa alla prova” lascia un amaro retrogusto per una Whitney appannata, appesantita dagli anni che l’hanno schiacciata sotto il peso dei errori, che chiedono sempre udienza ma che si affrontano con caparbietà. Una Whitney di cui non si può che apprezzare lo sforzo. Un grande fenomeno di cui si ode oramai soltanto l’eco.

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