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  • Il ritorno di Mary Poppins

    Diretto da Rob Marshall

    Data di uscita: 20-12-2018

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In tempi di ragionevole scetticismo nei confronti della bulimica produzione multimarca della Disney, bulimica specialmente nel riprendere e riadattare i suoi Classici per antonomasia, nel bene o nel male “Il ritorno di Mary Poppins” (“Mary Poppins Returns”) portava con sé un carico di aspettative non comune. Il film originale del 1964, una delle ultime e produzioni di Walt Disney in persona, e il suo piú grande successo, ha per anni preteso una incontestabile soggezione, come si addice al suo status di pietra miliare della storia del cinema.

Ciò detto, cinquantacinque anni dopo, vediamo come la Disney del 2019 riesce a onorare un antenato di tale statura.

Il ritorno di Mary Poppins racconta esattamente quello che dice il titolo: la psichedelica tata inglese Mary Poppins si riaffaccia a Viale dei Ciliegi per aiutare gli eredi della famiglia Banks protagonista del primo film. Poco interessante il pretesto narrativo del suo ritorno; molto più interessante la costruzione musicale che ricalca, se non già la struttura tradizionale dei musical broadwayiani, l’esatta sequenza dei numeri musicali del film originale. Mi sembra crudele esigere altro coraggio da chi ha già osato rifare l’intoccabile “Mary Poppins”, quindi una struttura rassicurante è una scelta che posso accogliere ancora con favore.

Il tesoro di questo film, prevedibilmente, è nei singoli numeri musicali più che nell’amalgama narrativo e cinematografico. Chi ha in odio la pratica della brusca interruzione dell’azione quando i personaggi cominciano a cantare storcerà il naso piú di una volta ma potrebbe essere ripagato dalla sfrenata e magistrale fantasmagoria che coreografi, animatori, scenografi e attori si prendono la briga, con molta fatica, di mettere in scena a guarnizione di canzoni incalzanti e toccanti. Questa soverchiante colonna sonora, come la musica delle canzoni, è opera di Marc Shaiman, che ha composto i testi delle canzoni insieme a Scott Wittman (coppia che ha creato in passato le canzoni originali dei musical “Hairspray – Grasso è bello” e, per la tv, “Smash”)

Fra i momenti che godranno prevedibilmente di un culto duraturo in futuro mi azzardo a includere il cabaret nel mondo animato del brano “A Cover is Not the Book” (“L’abito non fa il monaco” nella versione italiana) che raccoglie il testimone di “Supercalifragilistichespiralidoso”, e l’attesissima replica di “Tutti insieme” (“Step in Time” in originale) costituita dai sette minuti di numero cine-musicale di “Trip a Little Light Fantastic” (“Puoi illuminare il mondo a festa”) attorno ai lampioni fra le nebbie di Londra. Anche le guest star si prendono la scena in numeri musicali dedicati, come Meryl Streep, Angela Lansbury e un Dick Van Dyke anagrammato sui titoli di coda, a celebrare la continuità e un residuo di soggezione al film originale.

Non è all’altezza dell’incarico e dell’attesa, invece, la produzione animata dei Duncan Studios, a cui non manca certo la manodopera di qualità (molti vengono proprio dagli studi Disney come James Baxter e il supervisore all’animazione Jim Capobianco, nominato all’Oscar per “Ratatouille”) ma soffre probabilmente quanto a risorse produttive: il design dei personaggi è incantevole, ma l’animazione si spinge a fatica a livelli degni di distinzione.

Nemmeno il casting si è distinto per ardimento: tutti gli interpreti fanno un lavoro convenzionale e sottotono seppur dignitoso, i bambini piú di tutti, ma Emily Blunt e Lin-Manuel Miranda reggono il film: lei azzeccando in pieno la personalità e il portamento del personaggio interpretato per la prima volta da Julie Andrews (che ha scelto di non comparire in questo film); lui ballando come l’ossesso che aveva già stregato le platee di Broadway coi suoi musical leggendari “Hamilton” e “In the Heights”. Sprecato Colin Firth come un villain da operetta, senza neanche cantare.

Stendiamo un velo pietoso sull’edizione italiana del film: tanto rispetto per il durissimo compito sulle spalle dei parolieri Ermavilo e famiglia, ma il loro è un lavoro che non si avvicina in modo neanche un minimo accettabile ai virtuosismi linguistici e all’aderenza metrica e coreografica dei testi originali o all’impulso di improvvisazione degli esperimenti swing e hip hop che li caratterizza: attori impegnati nel ruolo piú importante della loro carriera che alle orecchie italiane sembreranno maestre d’asilo a intonare filastrocche per bambini durante un rave. Ma il labiale è perfetto, non sia mai!

Chi può e ci tiene, si premuri di guardare prima l’edizione originale del film, o almeno di ascoltarsi l’album con le canzoni in lingua originale (già disponibile in vendita e sulle piattaforme di streaming).

 

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