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Il rovescio della medaglia di Revolutionary Road

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Dopo il dramma di “Revolutionary Road“, Sam Mendes abbandona il lato tragico dell’introspezione sui rapporti interpersonali e decide di affrontare il tema con uno spirito più speranzoso e ottimista, rovesciando la medaglia e offrendo una versione più positiva della famiglia americana e della sua dimensione all’interno della società.

Anche i protagonisti di “American Life – Away We Go” si ritrovano a dover fronteggiare una situazione imprevista, ma lo fanno in maniera totalmente opposta, decidendo di prenderla di petto e di assumersi ogni responsabilità e, anzi, cercando di comprendere appieno la loro natura di coppia e soprattutto di genitori. Non abbiamo più un cast altisonante come in “Revolutionary road”, ma una coppia di attori televisivi che si fanno apprezzare per la loro naturalezza e semplicità, inseriti in un contesto deliziosamente indipendente e graziosamente leggero. Con ironia, sarcasmo, soavità e dolcezza, Mendes ci accompagna in uno strampalato viaggio on the road, suddiviso in vari capitoli che sono poi le tappe dei due protagonisti in viaggio con l’aereo, col treno, con l’auto, impegnati ad assaporare in ciascun posto uno scampolo di vita e di esperienze altrui, più o meno educative, in senso positivo o meno.

A volte Mendes calca un po’ la mano sul grottesco per rendere bene l’idea della differenziazione di personalità, abitudini, credenze, stili di vita, ma il risultato è sicuramente raggiunto, proprio perché la pellicola riesce a trasmettere un preciso e interessante assunto di fondo: la scoperta di una propria personalità e individualità nel mondo e, soprattutto, la ricerca di radici, di luoghi e persone nei e coi quali sentirsi a casa.

Cos’è allora una casa? È proprio questo che cercano di capire Verona e Burt, arrivando alla conclusione che la risposta non si trova negli altri, ma in loro stessi e nel loro amore. Un messaggio apparentemente retorico, che in realtà risulta delicato ed emozionante proprio per la maniera poco ruffiana e originale in cui viene trattato.

Fotografato splendidamente e accompagnato da una bellissima colonna sonora che scandisce alla perfezione ogni passaggio narrativo, ogni corsa in auto, ogni incontro strambo dei due protagonisti, “American Life” si fa apprezzare anche per i simpatici dialoghi, per alcune gag molto divertenti, per il tono scanzonato ma al tempo stesso profondo col quale sono dipinti i due protagonisti e tutte le pedine che ruotano attorno a loro e nel quale loro si specchiano, non ritrovandosi quasi mai. Per questo sono molto funzionali le varie inquadrature che li vedono sempre di fronte a coppie nelle quali ripongono le loro speranze per poter apprendere il modo di comportarsi e di agire nella loro situazione, salvo poi pervenire a conclusioni che li spingono ogni volta a cambiare posto.

Altro pregio della pellicola, oltre a quello di essere piacevole e molto scorrevole, è quello di riuscire ad emozionare con i piccoli gesti, gli sguardi e la profondità del sentimento che lega i due componenti di una coppia molto originale persino nello scambio delle promesse reciproche per una vita da passare insieme.

Era difficile riuscire a fare un film potentemente comunicativo e intensamente travolgente come “Revolutionary road” e, infatti, “American Life”, di natura più tenue e snella, non raggiunge la consistenza e la densità della precedente opera di Mendes. Tutto sommato, però, seppur ridimensionata e alleggerita, quest’ultima pellicola lascia lo spettatore con un senso di piacere e soddisfazione che conferma il grande talento di un autore multiforme e sorprendente.

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