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Il santo giullare di Davide Manuli

«Mi domandano spesso “perché fai film così?” e a me vien voglia di ribattere piuttosto “come mai altri fanno film cosà?”»: Davide Manuli arriva nelle nostre sale con “La Leggenda di Kaspar Hauser” il 13 giugno – si parla di una decina di copie – dopo sfortunate vicende distributive e un fortunatissimo cine-tour mondiale che gli ha portati premi, applausi e ampia circolazione estera. E ha ragione quando elenca tutti i motivi che rendono il suo Kaspar più attraente di tanti film “cosà” che vediamo sullo schermo: una protagonista, la 32enne Silvia Calderoni nei panni di Kaspar, che è attrice e performer di primo piano nel teatro di ricerca italiano, prima col Valdoca e oggi con i Motus; un co-protagonista, Vincent Gallo, di appeal internazionale e multiforme talento e un attore, Fabrizio Gifuni, che il cinema non sempre ha saputo capire e utilizzare nella completezza della sua potenza interpretativa e che proprio nei film di Manuli, sia pure in ruoli minori, ha trovato uno spazio per far emergere il proprio eccellente dinamismo comico e drammatico.

«”Kaspar Hauser” non è un film che se va male la prima settimana t’ammazzi», dice Manuli. Eppure «i distributori francesi lo hanno considerato da subito un prodotto dalle solide possibilità commerciali grazie alla colonna sonora di Vitalic e hanno impiegato sei mesi a contrattualizzarci proprio per essere certi che il musicista e la sua etichetta sostenessero e accompagnassero il film».
Questione di punti di vista, insomma.

Quello di Manuli sulla figura (reale) di Kaspar, il misterioso “fanciullo d’Europa”, è stato volutamente non letterale, concentrato pochi, stilizzati elementi archetipici. «Mi ha ispirato il punto di vista di Rudolf Steiner — racconta il regista — secondo cui «Kaspar Hauser è una reincarnazione di Cristo e anch’io ho voluto vederlo così, come un puro, un innocente, un santo moderno che arriva dal mare».

«Per restare a galla in questo tempo che ci troviamo a vivere – dice Fabrizio Gifuni – bisogna saper giocare, chi non gioca viene ingoiato dalla sfinge e muore, anche se non si accorge di essere morto. L’importante non è risolvere l’indovinello ma restare in vita».

Questa rappresentazione di Kaspar come un giullare magico, fuori dal tempo e dalle logiche sociali che il mondo respinge come diverso e come straniero è però paradossalemente uno dei punti deboli del film, perché prevedibile, perché già vista e perché, per quanto rielaborata e modernizzata, già implicità nella ‘leggenda’ del vero Kaspar. Così, malgrado la messa in atto di un linguaggio anti-narrativo coerente e sotto molti aspetti originale, a “Kaspar” manca forse un contenuto più forte e più personale, in grado di reggere un’impalcatura certamente affascinante, e, perché no, divertente, ma che rischia di ridursi a un gioco (appunto) evanescente e autoreferenziale.

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