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Il secondo giorno: duro e crudo

Two is better than one. No, nessun advertising. Siamo al secondo giorno di questa edizione milanese dell’Heineken Jammin’ Festival 2012. L’aria è pesante, come questo tempo grigio, in linea però con le esibizioni e gli artisti in scaletta. Perché non c’è musica per ragazzette oggi, si va di metal, heavy, duro e crudo.

L’inizio è ancora soft: sono le 16:20 o poco giù di lì, c’è ancora poca, pochissima gente per uno spazio così immenso. I primi a salire sul palco sono gli Sheeter, band post grunge sudafricana radicata nel rock dei suoi membri fondatori, che cerca di seguire le orme dei maestri: Black Sabbath, Deftones, Creed e Nirvana. E si sente. Ma iniziano a svegliare le anime che qui si son perse.

I prossimi a salire sono i Lostprophets, che si fanno subito notare. Se non altro per lo striscione che li annuncia e spicca di bianco sullo sfondo nero. Con il loro alternative metal, questi cinque ragazzi dalle croci verse cerchiate sul petto, non sono proprio gli ultimi arrivati (e non perché sono i secondi ad esibirsi). Fanno i cattivi, e anche se non lo sono per davvero e ci stessero solo provando, quasi quasi ci riescono. Si vede da come affrontano il palco: dopo aver saltato a destra e a manca, slanciato su e giù le creste ossigenate e non e, al più classico delle esibizioni, urlato a più non posso, Ian Watkins – voce del gruppo – si siede sulla pedana della batteria e con atteggiamento un po’ da sborone (o forse più umilmente solo per riprendere fiato) continua nell’esibizione di “Rooftops”. Perché questo palco forse non fa poi così paura quando hai iniziato come spalla per gruppi come i Linkin Park, i Metallica e i Saliva. Giù dritto quindi con la scaletta, e via. L’oscura sirena dai lunghi capelli neri e dagli occhi di ghiaccio è dietro le quinte, che scalda la voce: è tempo di lasciare il palco a Amy Lee e ai suoi Evanescence.

Amy Lee arriva sul palco dando luce a tutti i presenti, e non solo per la sua splendida voce, ma soprattutto perché la sua pelle è tutta ricoperta di brillantini, mentre ad altezza occhi ha una fascia di trucco azzurra e ancora più sbrillucicante.
Quando attacca con “What You Want”, sembra davvero che il sole possa uscire dietro la spessa coltre di nuvole che grava sulla platea, peraltro oggi quanto mai scarna, del festival.

La scaletta comprende molti pezzi dell’ultimo disco, “Evanescence”, ma fa anche bei salti nel passato molto graditi dal pubblico, come “Immaginary” e “Whisper”, tratte dal primo disco “Origin”. Ovvio che a trainare di più sono i cavalli da battaglia come “Bring Me To Life”, ma non c’è canzone su cui il pubblico non si agiti fino alle ultime file.
La voce di Amy Lee, e anche il suo fiato, la accompagnano fino alla penultima canzone, quando ringraziando il pubblico, si sente una brutta raucedine. Niente da dire lo stesso sull’esecuzione di “Bring Me To Life”, su cui il pubblico ha anche avuto la sua parte, ma “My Immortal”, ultima canzone prevista in scaletta, non viene eseguita e, visto l’innegabile calore dei presenti, ci viene il dubbio che il problema siano le corde vocali della frontwoman degli Evanescence.

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E dopo l’andamento lento di questi ultimi pezzi, ci volevano un po’ di vibrazioni, ma non di quelle artificiali da bassi altissimi. Finalmente arrivano. Il drum ‘n bass dei Chase and Status fa letteremelmente muovere la terra: Saul Miltar esordisce con “No Problem”. La gente inizia a saltare, a dare di matto. Lui chiede “somebody screams” e arriva il boato. Mani tese in alto, quasi ad accogliere la pioggia, e lui che intona “Flashing Lights”, profetico, prevede lampi e tuoni. Neanche poi fosse Dio, separa le folle e le riunisce in un urto di corpi generale, come i Pantera insegnano. Delirio. Chase continua, e non si risparmia: non si esibisce solo sui brani di “No More Idols” e porta sul palco un po’ dei Rage Against The Machine con “Killing in the name of” e i Red Hot (freschi di ieri) con “Give It Away”.

Ma HJF bagnato, HJF (s)fortunato. E neanche quest’anno ci salviamo dal sortilegio. Inizia a piovere. I Chase e Status salutano, mentre in lontananza i Prodigy fanno vibrare le corde delle loro chitarre. Show must go on, e di certo due gocce non fermeranno Maxim Reality.

Così più o meno puntuali arrivano gli headliner della serata: i Prodigy, accompagnati da luci a mò di fiamme e da vampate pure provenienti dal pubblico. Le stesse luci rosse fanno sembrare un satana salito in terra Keith Flint che si scatena su pezzi come “Firestarter” e “Omen”, titolo che gli si addice più che mai, mentre l’uomo nero mascherato di bianco, Maxim, si avvicina per portarti nel suo mondo di veleno e voodoo.

La pioggia purtroppo inizia a cadere abbondante e la platea si divide tra chi scappa al riparo e chi resta imperterrito a pogare in una sorta di danza liberatoria. Finito il grosso dell’acqua tornano quasi tutti a rendere omaggio ai Prodigy, che, non ci sentiamo di esagerare, finalmente alla fine del secondo giorno ci fanno sentire e toccare lo spirito dell’HJF facendolo arrivare fin nel profondo delle nostre budella. Stare fermi è impossibile, la puntura della taranta in confronto è acqua cristallina. E poco conta se quest’ultima cade addosso ai presenti, the show must go on e il rock anche.
La loro legge è rispettata, il prodigio è compiuto.

Al termine, come al principio, davvero in pochi restano a sentire il dj-set dei Gorillaz (che tutti si siano accorti solo ora di essere fradici e di sentire freddo?), che attaccano a “suonare” più di mezz’ora dopo facendo quasi dimenticare al pubblico la loro presenza in scaletta. Anche pezzi come “Clint Eastwood” non bastano a rianimare una platea che ha già dato. Insomma niente ologrammi, per quelli serve la luce e i Gorillaz vivono di ombre in questa notte buia, schiarita a tratti da una stupenda luna.

Rispetto alla precedente, questa è stata una giornata più uniforme dal punto di vista musicale: il pubblico non era lì solo per gli headliner, come ieri per i RHCP, ma si divideva tra i vari artisti che hanno calcato il palco. Una giornata però che ha registrato un numero di presenze quanto mai basso, ancor di più se si pensa al calibro dei nomi in gioco. Appuntamento a domani per il gran finale.

Lostprophets:

“Bring ‘Em Down”
“Ride”
“Can’t Catch Tomorrow”
“Town Called Hypocrisy”
“Where We Belong”
“Last Summer”
“We Bring An Arsenal”
“Rooftops”
“Last Train Home”
“Shinobi”
“Burn Burn”

Evanescence:

“What You Want”
“Going Under”
“The Other Side”
“Weight Of The World”
“Made Of Stone”
“Lithium”
“Lost In Paradise”
“My Heart Is Broken”
“Sick (Long Intro)”
“The Change”
“Whisper”
“Call Me When You’re Sober”
“Imaginary (Normal)”
“Bring Me To Life”

The Prodigy:

“Worlds On Fire”
“Breathe”
“Jetfighter”
“Omen”
“Poison”
“Thunda Dub”
“Dogbite”
“Voodoo”
“Firestarter”
“Run”
“Spitfire/Spitfast”
“Omen Reprise”
“Invaders Must Die”
“Diesel Power”
“Smack”

Bis:

“Take me to hospital”
“Awol”
“Their Law”

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