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Il Sessantotto a Venezia

“Il vero grande sogno è rovesciare il ’68 e mandare a casa chi ha distrutto la cultura nazionale e diffuso ateismo, materialismo, droga, odio e lotta di classe”. Altro che grande sogno.

Non è più la Mostra del quarantennale, ma il Sessantotto torna ancora una volta, grazie al Popolo di Roma, che detta così potrebbe spaventare, ma in realtà si tratta di una organizzazione di nostalgici destrorsi – il sogno in apertura è farina del loro sacco -che agiscono “per la rivoluzione identitaria”: qualche giorno fa hanno lanciato il boicottaggio del film di Placido per poi ritrattare quasi subito, troppo d’antan anche per i figliastri della Lupa. Oggi è finalmente il giorno del film di Michele da Ascoli Satriano che faceva il celerino a Castro Pretorio e ora è un regista in concorso al Lido di Venezia: ha immediatamente bollato il boicottaggio come “un attacco squadrista che non si sentiva da tempo”, e ha fatto bene, ci sono cose più importanti che ritornare su cupi rigurgiti revisionisti.

Curioso pensare che questo film sarebbe potuto essere pronto sei anni prima; è ancora a Venezia (nel 2003) dove Bernardo Bertolucci presentò “The Dreamers”: Placido sentì di essere stato “bruciato” sul tema e mise da parte il progetto (ubi maior, verrebbe da dire), ma quando onestamente si accorse che l’”estetismo geniale” di Bertolucci nulla c’entrava con il suo lavoro, recuperò Il grande sogno.

Dopo la Comencini il cinema italiano in concorso si affida dunque al Placido versione storiografica di questi ultimi anni. Dall’ultimo discutibile Pansa de Il sangue dei vinti alla storia di tre ragazzi, il poliziotto alter ego del regista, la studentessa borghese e cattolica e l’operaio leader studentesco, che culminerà in quella Valle Giulia archetipo di una stagione politica e culturale. Sa di rischiare Michele Placido, perché grande autore(vole) della cinematografia non è (Ovunque sei venne pesantemente fischiato a Venezia 61) e non si potrà certo permettere di schivare le critiche con una citazione come Bernardo il sognatore cinefilo. Sa che Medusa ha fatto un altro bello sforzo produttivo (dopo Baaria) e che il Presidente poliziottoborghesecattolicooperaioamatore non interverrà a difesa del suo film, anche perché nel ’68 faceva già l’imprenditore edile e immaginazione in cassaforte.

Si affida ai volti noti, Scamarcio, Argentero e Jasmine Trinca su tutti, assecondando il vizio comune di inserire facce riconoscibili e più facilmente amabili dallo spettatore: non è negativo a priori, ma Scamarcio non aveva già convinto in Mio fratello è figlio unico di Luchetti, faccia sporca sì, ma troppo bella per fare la rivoluzione. Vedremo oggi, facendo un appello a non cadere nella critica pregiudiziale, l’argomento è troppo importante per essere bocciato senza appello.

Tutti gli anni però si ha l’impressione che i film italiani non siano mai mandati a Venezia per vincere ma solo per fare bella figura (o non farne una pessima) e spingere una distribuzione debole di suo. Anzi, sembra anche esserci uno strano paradosso, ovvero i film con possibilità di vittoria sono spediti a Cannes, dove però la competizione è ancora più serrata (esempi recenti sono Sorrentino e Garrone, per non parlare del bellissimo Vincere di Bellocchio). Venezia come un’isola e non una penisola, dove le ambizioni sono un po’ frenate: perché i Cento Autori non si fanno sentire a questo proposito, non ricreano un movimento incisivo davvero sul piano ideologico e culturale? Proprio Michele Placido peraltro aveva proposto il boicottaggio (sic!) della Mostra e fu subito corretto da Verdone, non propriamente uno che ha indirizzato la storia del cinema.

Nel settembre del 1968 Venezia era caldissima anche con le nuvole scure della repressione, c’erano i sit-in, sale occupate, minacce culturali concrete, film (anche in concorso) che influenzarono storia ed estetica del cinema. C’era un altro red carpet, Pasolini, Zavattini, Maselli, ragazzi d’antan come i boicottaggi. Mica le ombre rosse di oggi.

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