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Il suono dell’empireo

Attesa. Calano le luci in piazza Cattedrale. Un pubblico composito, nel quale si scorgono volti giovanissimi e quelli più attempati dei fan della prima ora, rumoreggia sommessamente fino alla comparsa sul palco dei primi strumentisti della band. Poi silenzio, e lui, Steve Hackett. Camicia e jeans neri, occhiali da sole, chitarra in pugno e impeccabile stile British. Non serve altro.

Si presenta alla piazza nella sua veste più sincera, quella di un musicista semplice ed estroso allo stesso tempo, capace di una scrittura originale e profonda come poche. Il primo piano è tutto per le cavalcate di suoni, effetti e melodie dall’architettura intricata e comunque godibile come in “Every Day” o in “Ace Of Wands”. Fughe, suite, sessioni strumentali in cui il sax di Rob Townsend incrocia le linee di chitarra di Hackett e le virtuose trame di basso di Nick Beggs creano tappeti sonori che trasportano direttamente in una nuova dimensione fatta di musica da ascoltare in religioso e attento silenzio, con il cuore e con la mente.

Alcuni lo chiamano progressive rock, quel che è certo è che etichettarlo sarebbe alquanto difficoltoso. Le strutture armoniche sono complesse e il lato improvvisativo sconfina talvolta in derive free-jazz senza apparenti schemi di riferimento. Ma dietro l’angolo ci sono gli episodi più alti della discografia di Hackett, da “A Tower Struck Down” a “Spectral Mornings”, da “Darktown” a “Mechanical Bride”, da “Los Endos” a “Stone Chaser”, e tutto torna al proprio posto mentre un pubblico letteralmente estasiato tributa applausi copiosi e il chitarrista inglese esclama un attesissimo «we love Italy».

La sei corde di Hackett vola sovrana su tutti gli strumenti, a volte solista, altre come complemento effettistico, altre ancora come appoggio ritmico e armonico, ma tocca l’empireo nell’assolo di “Firth Of Fifth” dei Genesis (cantata in modo ineccepibile dal batterista, Gary O’Toole) e in un medley di chitarra classica solista assieme delicato e coinvolgente.
E meno male che sostiene di essere «rusty» (= arrugginito), il buon Steve.

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