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Il terrore della morte che incombe

Sapere di dover morire, di andare incontro alla fine della propria esistenza, potrebbe essere anche peggio che morire per davvero. Il senso di attesa, l’angoscia frustrante, l’inevitabilità e l’impossibilità di fare qualcosa potrebbero mettere a dura prova anche le menti più forti ed equilibrate.

Ci avranno pensato bene un po’ di registi in questa stagione cinematografica che ci ha regalato più di un survival movie, ognuno dei quali a suo modo riuscito. Lo spagnolo Rodrigo Cortés è stato il più geniale e spericolato, visto che il suo “Buried” è totalmente ambientato all’interno di una bara seppellita sottoterra con un unico protagonista. L’inglese Danny Boyle, con la sua solita commistione di stili e linguaggi, ha realizzato “127 ore“, storia di un ragazzo bloccato per cinque giorni senza cibo e acqua in un crepaccio di un Canyon.

Entrambi sono riusciti ad essere efficacemente claustrofobici, dato che la ristrettezza dei luoghi in cui sono ambientate le pellicole non era proprio delle più rassicuranti. Una scommessa ancora più ardita è quella dell’americano Adam Green perché ha saputo trasmettere un fortissimo senso di claustrofobia nonostante la sua pellicola, “Frozen“, si ambientata tra le distese innevate e i monti bianchi di una pista sciistica del New England.

I tre protagonisti, per un caso fortuito, si ritrovano bloccati su una seggiovia quando ormai tutti i dipendenti della se ne sono andati. È domenica e il parco non riaprirà prima del venerdì successivo. La paura dell’altezza, del freddo, della fame, del buio e della solitudine non saranno niente a confronto con quella dei lupi feroci e famelici che si aggirano per la valle.

Quale sarebbe il modo peggiore di morire? Questo continua a chiedersi uno dei protagonisti. Le paure più ataviche vengono così risvegliate in un susseguirsi di momenti fatti di tensione e inquietudine che vengono inframmezzati da altri in cui domina l’introspezione e lo studio dei personaggi.

È in questo modo che il regista, aiutato anche da un’indicata colonna sonora e padrone di un’adeguata regia che gioca molto sui primi piani dei protagonisti, riesce a suggestionare e impressionare la platea: completamente immedesimato nella triste avventura dei tre, lo spettatore comincia a chiedersi egli stesso quale sarebbe il modo peggiore di lasciare questo mondo.

Di sicuro, Green ci dà più di un suggerimento, congelando lo sguardo del pubblico che rimarrà a tratti terrorizzato da alcuni passaggi narrativi. O forse, più che terrorizzato, sarebbe meglio dire agghiacciato.

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