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Il testamento di Fabrizio

Si sbagliano tutti. Quelli che pensano che “De Andrè Canta De Andrè” sia l’esibizione di una semplice cover band, quelli che pensano che il figlio del più grande cantautore italiano salga sul palco per lucrare sul nome del padre, si sbagliano. Cristiano De Andrè non fa cantare il portafoglio ma il suo sangue e lo sentiamo nelle interpretazioni di uno qualsiasi dei capolavori che abbiamo (lui e noi come umanità) ereditato da Fabrizio. E comunque, è la cosa più simile all’originale attualmente sulla scena.

Per questo non c’è da stupirsi nel vedere un Auditorium stracolmo di persone e d’emozioni. Le mani che battono sul “Fiume Sand Creek”, le centinaia voci che raccontano di “Bocca Di Rosa” e i lalalala che accompagnano “Il Pescatore” sono gli stessi che, siamo sicuri, ha sempre sentito anche Fabrizio quand’era sul palco. Suo figlio non si lascia andare ad eccessivi flashback malinconici e mette le sue doti di polistrumentista al servizio di arrangiamenti essenziali ma efficaci, che siano fedeli all’originali come “Creuza De Ma” o più personali come “Quello Che Non Ho”, presentata in un’energica versione ligabovina.

La sagoma nera che buca il tramonto d’artificio durante “Amico Fragile” è il nostro ricordo che si slega da vinili e cd per precipitare in una nuova dimensione, affogando nello stupore di quanto intensa possa essere una cover band. Un’intensità che raggiunge il suo apice quando Cristiano siede al pianoforte per cantare “Verranno A Chiederti Del Nostro Amore” e “La Canzone Dell’Amore Perduto” che chiude il concerto e, per la commozione, i nostri occhi.

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