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Il tour dei sogni progressivi

È stata in quel del Futurestation Show di Casalecchio di Reno (BO) la terza e penultima tappa italiana del Progressive Nation Tour 2009 (PNT). Protagonisti dell’evento: Unexpect, Bigelf, Opeth e Dream Theater. Una cinque ore di progressive in tutte le sue possibili salse. Oltre all’ottima performance di tutti, a lasciare il segno è stato senz’altro lo spirito di questo PNT. Nessuna sproporzione di tempi infatti tra le esibizioni di un gruppo e l’altro – gli stessi Dream Theater hanno coperto un’ora e mezza – idem per i suoni, forse più curati per Petrucci & Co., ma non troppo dissimili per volume rispetto alle altre band. Un tour insomma pensato alla pari.

I cancelli si aprono alle diciotto per lasciare di lì a mezz’ora il palco ai canadesi Unexpect e alla loro folle – in senso buono – commistione di suoni ed armonie. Seguono poi i Bigelf, quartetto rock di Los Angeles dalle sonorità vintage e abrasive, che tirano dritti sino alle venti. Nonostante il giorno feriale – giovedì – l’affluenza è da considerasi più che soddisfacente e una buona parte delle gradinate si riversa sotto il palco per godersi il tutto da più vicino.

Alle venti e venti il quantum leap della serata: gli Opeth fanno il loro ingresso, è subito ovazione. Il ritmo della setlist è decisamente buono, l’alternanza tra introspezione e parti aggressive rende lo scivolare del tempo ancora più inconsapevole, la band di Akerfeldt è decisamente in forma. È infatti al suono di “Windowpane” e “The Lotus Eater” che presto si fanno le dieci circa e le luci si spengono, ancora. Cambio palco. Dopo qualche minuto dal buio escono i primi segnali che è tutto quasi pronto, di nuovo.

È sufficiente sentire i tecnici di palco che provano gli strumenti dei mitici cinque che il pubblico si riaccende all’istante. Il tempo di guardarsi attorno e con “A Nightmare To Remember” il quintetto newyorkese fa il suo ingresso in scena. I riflettori restano puntati sul nuovo disco proseguendo con “A Rite Of Passage”. Anche per loro il ritmo è buono e la forma pure. Con “Erotomania” si ritorna ad Awake e non a caso a seguire c’è “Voices”. L’atmosfera è caldissima e la voce di La Brie passa ampiamente il test. È un’assolo di Petrucci poi ad introdurre “Hollow Years”, il tempo di sentire “In The Name Of God” che si arriva alla fine. Il teatro dei sogni dopo una breve uscita dal palco ritorna per salutare il pubblico, il tempo di un inchino tutti insieme e le luci del palco si spengono. Ore ventitre e trenta esatte.

È indubbio che questo PNT versione europea, pensato e voluto da Mike Portony, sia una vera e propria chicca per tutti ma proprio tutti gli amanti del progressive. Se da una parte la scelta dei tempi è stata studiata per garantire piena visibilità anche alle band meno conosciute, e quindi evitare l’effetto monopolio, i fan di Opeth e Dream Theater probabilmente saranno usciti soddisfatti ma non del tutto sazi. Senza vincitori e vinti, il Progressive Nation resta un progetto che per i suoi quaranta euro di biglietto offre uno spettacolo adeguato, ben organizzato e adatto a chi ama il genere senza essere necessariamente fan esclusivi di una band o dell’altra. Pollice in su.

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