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Il Trib. di Roma: “Il copyright è abrogato”

Durante il convegno tenutosi a Milano lo scorso 24 febbraio sul tema “Proprietà intellettuale e concorrenza come fattori di rilancio della competitività italiana”, sono stati liberati i soliti fantasmi dal vaso di Pandora. L’obiettivo è il solito: spaventare il mercato e premere sul legislatore.
In Italia – è stato detto – un software su due è pirata (la media europea invece è del 33%). Secondo la Bsa (Business Software Alliance), la riduzione della contraffazione di dieci punti percentuali (dal 49 al 39%) potrebbe portare, in quattro anni, un beneficio per il PIL nazionale di quattro miliardi di euro e 7.500 nuovi posti di lavoro. Senza contare i benefici per l’erario, stimati in 800 milioni di euro solo per il 2013.

La stessa Bsa, nella persona di Matteo Mille, riconosce che la gente ricorre alla pirateria per risparmiare sull’acquisto di software originali. Gli imprenditori decidono spesso di rischiare, pur consapevoli che la legge n. 633/1941 (la cosiddetta legge sul diritto d’autore) persegue non solo chi vende software pirata, ma anche chi lo utilizzi al solo fine di trarre vantaggio dal mancato acquisto delle licenze (per un maggiore approfondimento sul tema, confronta qua).

L’aspetto legale del tema non sempre è incoraggiante per l’industria dei contenuti. Secondo la nostra giurisprudenza, infatti, il professionista non è perseguibile per reato di detenzione di software non originale. Una sentenza innovativa ha, a riguardo, stabilito che tale illecito può essere posto solo dagli imprenditori, mentre il professionista non è considerato soggetto che svolge un’attività commerciale (ne abbiamo parlato qua).

Ci sono però degli aspetti che, ogni volta in cui si affronta il tema della pirateria, vengono messi volutamente da parte. Certo: nessuno può negare che un aumento dei consumi in un determinato settore comporti anche un relativo incremento degli investimenti e, quindi, nuovi posti di lavoro ed entrate per l’erario. Ma il sostegno a un comparto non può mai rivolgersi in un pregiudizio per il consumatore. Mi riferisco alla sconsiderata politica dei prezzi svolta dalle software house.

Con un esempio, anche a costo di autodenunciarmi, mi spiegherò meglio.
Quando ero all’università, come ogni buon studente in perenne “bolletta”, non pagavo quasi mai il biglietto del pullman. L’università era a cinque fermate da casa. Spendere mille lire per un tragitto così breve costituiva una sproporzione difficilmente accettabile per le disastrate tasche di un ventenne. Così decisi, più inconsapevolmente che con cognizione scientifica, di “accettare il rischio”. A conti fatti, il risparmio sull’acquisto di due biglietti al giorno sarebbe stato superiore alla perdita per le eventuali multe ricevute nel corso dei quattro anni di studi.
E così è stato. Un paio di volte mi sono trovato dinanzi all’uniforme che segnava i miei dati sul taccuino. E lì per lì, superato il primo imbarazzo, mi sono consolato al pensiero di quanto avevo nel frattempo risparmiato con le precedenti corse.

Dove c’è una evidente sproporzione tra costo e servizio, si sceglie sempre la “strada alternativa”. Si tratta, del resto, del principio che regola l’evasione fiscale. E questo vale anche per la pirateria informatica.
Il mercato del software è forse quello dove tale sproporzione è più evidente. Da un lato, infatti, i costi della produzione di un’unità aggiuntiva sono praticamente nulli (soprattutto grazie all’acquisto online dei programmi e relative licenze sugli iStore), dall’altro lato i prezzi restano ingiustificatamente alti.

L’articolo prosegue per “La Legge per Tutti” a questo indirizzo

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