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Il trip-hop chiama, Napoli risponde

Partecipare ad un festival è sempre una sorpresa, l’incontro di gruppi diversi non è mai un risultato certo. A volte si rivelano addizioni eccezionali, altre volte dei fallimenti. A volte sotto il palco c’è chi aspetta il suo gruppo, altre volte c’è chi vuole semplicemente uno spettacolo ed è pronto a godersi la miscela che l’organizzazione di turno offre.

Quest’anno è l’arena Flegrea ad ospitare la dodicesima edizione del Carpisa Neapolis Festival che ha aperto le danze ieri, 17 luglio, a ritmo di Almamegretta e Massive Attack. Ingredienti che si incontrano per influenze e collaborazioni precedenti. Il sapore dovrebbe essere quello che accomuna i gusti dei vicini di posto: sul palco si susseguono una band e la loro ispirazione artistica. Stavolta non bisognerà chiedere preferenze sul dolce o l’amaro; stavolta il reggae partenopeo si accompagna al trip hop di Bristol come uno scambio di paesi, di visuali e influenze. Sapori, tutto sommato son sapori che arrivano allo stomaco.

Puntuali e carichi dell’energia ritrovata con il ritorno – per l’occasione – di Raiz, gli Almamegretta hanno fatto ballare il pubblico proponendo non solo i brani del recente “Vulgus”, ma scaldando il palco coi pezzi storici della band come “Nun Te Scurdà”. Raiz è solo una delle voci che, di tanto in tanto, cede il posto a Lucariello, il rapper che ha preso il suo ruolo, e a Zaira, l’ugola femminile della band napoletana formatasi nel 1991.
Sembrano divertirsi, l’arena è tutta loro: chi aspetta i Massive Attack preferisce prendere la loro esibizione come un buon aperitivo da assaporare affinché il palato sia pronto all’ottima cena che dei noti chef inglesi offriranno a breve.

Un saluto a Napoli e una dedica a Roberto Saviano – con l’accenno di “Cappotto di Legno”, brano dedicato allo scrittore di “Gomorra” – sono l’arrivederci su chissà quale altro palco o, perché no, alla prossima rassegna del Neapolis.

Cambio di strumenti e consecutivo sound-check per l’arrivo del collettivo più noto della calda scena musicale di Bristol che saluta l’arena riprendendo quell’abbraccio alla città che gli Almamegretta, una mezz’ora prima, avevano elargito.

Quasi le 23,00 e i Massive Attack salgono sul palco lasciando a Robert Del Naja la possibilità di sfoggiare il suo preciso quanto simpatico italiano. Del Naja, con gli altri sei musicisti ritorna alla rassegna partenopea dopo due anni e si dice contento di essere ancora nella terra che è stata del padre.

I saluti, le dediche, i ricordi: tutto è ben accetto, ma è ora di suonare, di ballare e di riconoscere in versione live quei brani che ci hanno trasportato nel disco che gira.

Le luci e lo schermo alle loro spalle sono pronti a dar via allo spettacolo. Si passa all’appello delle voci. Daddy G: presente. Terry Collier: presente. Stephanie Dosen: presente, con tanto di chitarra acustica tra le braccia. Deborah Miller: presente. Robert Del Naja: un po’ d’attenzione, lo abbiamo presentato prima.

Un paio di brani nuovi riscaldano l’ambiente e poi Dosen, la biondina del gruppo, incanta tutti con “Teardrop”, alla Miller spetta “Unfinished Sympathy” e a Terry Collier una fiabesca interpretazione di “Angel”.
Del Naja e Daddy G., intanto, ballano e tra un ingresso e l’altro arrivano col loro rap e quell’affiatamento che li unisce da oltre 10 anni. Dietro di loro i LED luminosi tentano un lavaggio del cervello. Il gossip milionario si mescola alle citazioni storiche per ricondurre all’interrogativo dell’esistenza della giustizia. Politica, storia e attualità accompagnano le note e lasciano fermo il pubblico, che rinuncia a ballare per terminare la frase letta.

Una breve pausa, poi il rientro per qualche brano. Poi di nuovo via.
Ma manca qualcosa per poter dire conclusa questa serata.

Possibile che il leader del collettivo che ad ogni album dedica una frase a Napoli e alla sua squadra di calcio si sia trattenuto dal tifare in terra azzurra la squadra allenata da Reja? Nemmeno un saluto sul palco a Raiz?

Ovvio che sì! Ed eccoli rientrare tutti, ognuno al proprio posto e qualcuno con una maglietta in mano con su stampato il numero 7 e il nome Lavezzi. Ecco, quindi il Del Naja tifoso, ed ecco sul palco anche Raiz che accompagna gli inglesi nell’immancabile “Karmakoma” che l’arena canta, balla e spera di risentire presto. Molto presto.

In fondo quando lo spettacolo piace, dura sempre troppo poco. Mica come le interminabili abbuffate?

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