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Il trucco dell’artigiano

Qual è il ruolo del truccatore in un film? Quant’è importante il make-up per la riuscita di un’opera cinematografica? Ne parliamo con Giulio Pezza, make-up artist dalla filmografia lunghissima che passa con disinvoltura dal cinema italiano di stampo “artigianale” – il suo lavoro più recente è quello per il nuovo film di Ermanno Olmi – alle grandi produzione americane.

Partiamo dall’ultimo film a cui stai lavorando, “Il Villaggio Di Cartone” di Ermanno Olmi, autore con hai già collaborato più volte in passato: puoi anticiparci qualcosa, sul film e sul tuo contributo?
È ogni volta una bellissima avventura lavorare con il Maestro. Lui riesce sempre a trasformare il set in un luogo di culto dove si celebra il cinema nella sua forma più alta. Non aggiungo altro in merito, perché è ancora in fase di lavorazione ma posso dirvi che il film tratta in maniera del tutto nuova, il tema dell’immigrazione e dell’integrazione.
Il mio lavoro si è concentrato su 4 attori: Rutger Hauer, Michael Lonsdale, Alessandro Haber, e Issua Blaise. Grazie alle indicazioni del regista, del nostro costumista Maurizio Millenotti ed al mio contributo, unito a quello del parrucchiere, siamo arrivati ad avere una buona opera di squadra e mi auguro che possa essere apprezzata da tutti coloro che andranno a vederlo al cinema.

Hai curato il trucco per opere molto distanti tra loro, dai film per il grande schermo italiani e internazionali a quelli per la tv, passando per serie e spot pubblicitari: come adatti il tuo metodo di lavoro alle diverse tipologie di prodotto? E quanto cambia il tuo approccio tra i lavori cinematografici in cui il trucco è un aspetto molto evidente della messa in scena (pensiamo ad esempio ai film in costume o a quelli con ambientazioni inconsuete, come “Apocalypto”?) e quelli dove invece il make-up deve essere necessariamente più discreto?
Il mio lavoro inizia sempre con una telefonata di chi propone il film, poi arriva la lettura della sceneggiatura e nel caso in cui il film sia in costume, inizio subito a fare delle ricerche storiche. Dopo essermi preparato cominciano i meeting con il regista ed il costumista per cercare una linea convergente nella costruzione dei personaggi, rimanendo sempre fedeli alla sceneggiatura. Logicamente quando si fa una fiction lunga come può essere ad esempio “Ho Sposato Uno Sbirro” si deve creare il look degli attori in modo più pratico, perché si tiene conto dei tempi di lavorazione molto stretti (8-10 scene al giorno) con continui cambi. Questo significa che i personaggi non possono essere truccati troppe volte nell’arco dell’orario previsto e allora se ne studiano 3 o 4 per un’intera serie. Quando si fa invece un film per il cinema italiano, i principi di lettura di sceneggiatura e d’interpretazione rimangono inalterati, ma fortunatamente di scene se ne fanno 1 o 2 al massimo al giorno, ed i tempi sono molto più dilatati. Questo chiaramente va a favore della qualità e di conseguenza anche il mio lavoro ne ricava beneficio. I cambi trucco possono essere molto di più, pur rimanendo fedeli alla sceneggiatura. La mia attività cambia ancora quando si tratta di produzioni americane, perché i tempi si dilatano maggiormente fino ad arrivare ad una sola scena al giorno. Anzi, per terminare una sola scena a volte si gira per tre o quattro giorni. Occorre quindi più attenzione alla continuità del trucco, ma essendo italiani e venendo da un cinema artigianale, quando ci capita di lavorare in grandi produzioni straniere, abbiamo a disposizione anche innumerevoli e notevoli mezzi sia tecnici che umani, per cui siamo comunque agevolati e ci sembra tutto molto più semplice.

Tornando ad “Apocalypto”, forse film simbolo degli ultimi anni di come il make-up sia un elemento portante nella buona riuscita di un film, è stato difficile raccogliere tutte le informazioni utili per creare un make-up vicino alla realtà storica?
Ho avuto la fortuna di collaborare in un film come “Apocalypto”, il quale non sarebbe potuto nascere senza l’apporto del trucco, dove credo di poter affermare, senza esagerare, che i nostri Hair Designer e Makeup Designer, Aldo Signoretti e Vittorio Sodano, abbiano fatto un lavoro straordinario di ricerca storica e di creatività. Senz’altro avrebbero meritato di vincere l’Oscar, ma questo non è stato, purtroppo, il parere dell’Academy Awards.

Come interagisce il tuo lavoro con quello delle altre figure presenti sul set: costumisti, scenografi, direttori della fotografia e ovviamente registi e attori? Puoi raccontarci qualche esperienza particolare?
La figura del truccatore interagisce in modo totale con il cast artistico e tecnico e spesso dalla giusta collaborazione, dipende la riuscita del prodotto cinematografico. L’avventura di un film parte sempre con la lettura del copione da parte di tutti i capi reparto, assieme al regista, che indica la linea da seguire. Poi il truccatore ed il parrucchiere si confrontano con il costumista per capire le direttive artistiche ed in alcuni casi, si interagisce con il direttore della fotografia (se sono richiesti accorgimenti fotografici). Infine, il tutto viene sviluppato sugli attori.

Possiamo considerarti un artista che dipinge dei quadri che sono in continuo movimento sul volto degli attori, questi quadri sono le loro
emozioni che traspaiano dal loro viso. Ma tu che cosa cerchi ogni volta nel tuo lavoro? E quando ti ritiene completamente soddisfatto?

Io sono innamorato dell’arte in genere, amo sia dipingere che scrivere, in maniera totalmente amatoriale. Mi serve per esprimere ciò che ho dentro.
Diciamo che ho imparato a manifestare (e talvolta a sfogare) le mie emozioni in questo modo. Spesso, quando riguardo i miei quadri o ciò che ho scritto, ritrovo dei momenti della mia vita, belli o brutti, come fossero fotografie dell’anima. Questo ve l’ho raccontato per dire che, per ottenere un buon trucco è fondamentale, oltre alla tecnica, la sensibilità che ciascuno di noi porta dentro e che purtroppo, spesso muta in base allo stato d’animo personale. È solo l’esperienza che insegna come controllare le proprie emozioni per non far condizionare il buon lavoro che si cerca di sviluppare.
[PAGEBREAK] Ci immaginiamo il make-up artist come una figura che all’interno della lavorazione del film rimane un po’ in disparte e che presenta al regista il suo prodotto finito. Ma come è esattamente il tuo rapporto con i registi con i quali lavori?
Di certo non dobbiamo essere i protagonisti delle riprese, anche perché, negli anni, ho imparato che la discrezione è fondamentale per la convivenza ideale all’interno del set, ma questo non toglie che necessito di un rapporto con il regista continuo e giornaliero per un’ottima riuscita del film. Quando non accade è perché non nasce il feeling desiderato e questo sicuramente non aiuta. Fortunatamente, in tanti anni, mi sarà capitato solo una volta o due.

Hai lavorato in produzioni imponenti come “Titanic” e in altre molto più austere, come “Così Ridevano” di Gianni Amelio o “Centochiodi” di
Olmi: come si svolge il tuo lavoro in ambienti produttivi così distanti?
Con quali differenze?
L’approccio al mio lavoro direi che è sempre lo stesso, occorre preparazione ed entusiasmo e se si tratta di un film in costume, ci sarà anche un lavoro di ricerca sull’epoca. Personalmente amo fare sia il cinema che la televisione italiana. Volendo fare un esempio, si può paragonare il modo in cui si costruisce un film in Italia, all’arte con la quale un sapiente falegname costruisce un ottimo mobile, artigianalmente, creando un capolavoro, magari dal nulla e con pochi mezzi. Questo permette di avere un rapporto famigliare sia con la troupe che con il regista ed in fondo, proprio questo è uno dei piccoli segreti del nostro grande cinema.
Logicamente quando si lavora in una produzione americana, è come lavorare in una fabbrica, dove denaro e mezzi, sia tecnici che umani, non mancano ed anche il tempo ha un valore diverso. Non voglio dire con questo che i nostri cugini americani non sanno fare cinema o che noi italiani lavoriamo poco. Io amo il cinema d’oltreoceano che spesso sforna film che mi fanno sognare, ma ci tengo a sottolineare la nostra bravura nel fare cinema in Italia, sovente ad alti livelli, con dei mezzi che gli americani usano solo per finanziare il loro catering. Che invidia, sotto questo punto di vista.

Quali film ti hanno consentito di divertirti di più e di creare con maggiore libertà? Di quali set conservi i ricordi più belli e quali ti hanno insegnato di più?
Ogni film che finisce lascia sempre malinconia dentro di me. Quando si sta insieme per tanti mesi con la troupe e gli attori è come se si vivesse in un piccolo paesino di provincia dove tutti sanno tutto di tutti e si condivide ogni cosa, dalle gioie ai dolori della vita. Si creano rapporti di amicizia, amori, complicità. Si ha l’occasione di visitare luoghi straordinari e poi quando tutto finisce ci si sente un po’ spaesati, soprattutto perché spesso si perde il senso della realtà ed il ritmo con il mondo al di fuori dal set. Infatti quando si torna a casa serve sempre del tempo per riabituarsi alla quotidianità. Ma in ogni caso, quando si gira un film si vive sempre un’avventura meravigliosa e proprio per questo non mi va di citarne uno o due, farei un torto hai miei ricordi.

Dopo il film di Olmi ti aspettano nuovi progetti?
Come sicuramente sapete, nel cinema siamo tutti scaramantici e la prima regola è di non parlare di obiettivi futuri se non si è certi di farli.
Allora colgo l’occasione di ringraziarvi di questa intervista e vi prometto di comunicarvi al più presto il mio nuovo progetto.

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