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IlVocifero: “IlVocifero” presenta “Amorte”

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Walter Somà, chitarrista e autore dei testi del progetto IlVocifero. “Amorte” è uno dei dischi italiani più belli e veri degli ultimi anni. Un disco continuamente in bilico tra amore e morte. Lasciamo ora la parola a Walter. Enjoy it.

Partiamo con una domanda di rito: come nasce il nome del vostro progetto “IlVocifero”?
Salve, ci piaceva l’idea di trovare un nome che potesse incarnare in qualche modo un personaggio. Una sorta di fumetto. Aldo ha
proposto ilvocifero, che è il portatore di voce. Abbiamo tenuto l’articolo attaccato perché volevamo che fosse appunto un nome unico. So che ci siamo
complicati la vita. A me piace molto la parola voce, che ha diversi significati. Per stare sul più comune: il nostro corpo, utilizza l’aria e
col concorso di varie parti di se, organiche e non, crea una vibrazione che contiene dei significati. E puoi dargli una destinazione. O averne una propria.Trovo questa cosa un perfetto incontro tra fisica e metafisica.

Già dal titolo del disco s’intuisce la presenza del tema della dicotomia tra amore e morte. Come viene vissuta da voi?
Può esser vissuta come dicotomia, si ma non necessariamente. Dipende da che parte la guardi. Puoi intendere questi due termini come facenti parte
dello stesso grande disegno, che è il progetto di Dio. Allora c’è unità complementare tra le due cose. O puoi non credere a Dio e quindi magari,
vedere la morte come il termine ultimo del tuo giro su questo pianeta. Allora l’amore (quello che provi tu) è una cosa che finisce con la morte.
Qualcuno invece ama la morte. E ne fa un culto. Pensa poi a chi ama mangiare carne. L’animale è un essere vivente. Quando lo mangi è morto. O comunque
muore, se hai coraggio di mangiarlo da vivo, come in alcune parti del mondo fanno. Ad ogni modo hai desiderio di integrare in te qualcosa che è
morto. Di provarne un piacere legato all’idea del gusto (il gusto della morte?), del nutrimento (?) e, aggiungo io, un primitivo piacere di potenza e sopraffazione. Penso che questo è uno dei conflitti psicologici più forti e resistenti nell’essere umano. Ad oggi.

Io personalmente vedo nella parola amorte (amore e morte) soprattutto gli aspetti simbolici dei due termini. L’amore è la libertà. La morte è la dipendenza. Applicare dove meglio si crede.

Il nucleo iniziale del progetto è costituito da Walter Somà, Aldo Romano e Fabio Capalbo. Come è cominciata la vostra collaborazione? Edda e Gionata Mirai danno un contributo di spessore. Loro come sono arrivati?
Noi tre siamo i “titolari” del progetto. Ci siamo cercati molto, nella convinzione che si potesse vivere una esperienza artistica forte. Ognuno di noi tre ha una parte curabile dall’altro. Quindi era conveniente provare a comunicare tra noi. Tra un anno vediamo se abbiamo fatto progressi. Con Gionata avevo fatto amicizia nel periodo in cui stavo scrivendo con Edda le canzoni di “Odio i vivi”, e avevo sviluppato una sua bozza, trasformandola in canzone. Edda poi l’ha intitolata “Gionata” con un immenso sforzo di fantasia! Io e Gionata abbiamo poi fatto un po’ di esperimenti incrociati. Una mia ipotesi di brano, sviluppato da lui è diventato Cleveland -Baghdad contenuto nell’ultimo lavoro del Teatro degli orrori. Tanti incroci insomma. Edda è un mio fratello di sangue. Ho chiesto
ad entrambi di partecipare a qualche brano e per loro è stato naturale farlo. Ci piace così.

Il brano “Lucyd” è spettacolare. Aldo e Dorina si completano a vicenda e nello stesso momento si scontrano duramente. Come è cominciata la sua partecipazione al progetto?

Anche con Dorina ho un rapporto pregresso. Me l’aveva presentata Elisa Russo, amica comune e scrittrice e DJ di Trieste, nel periodo in cui Dorina stava cercando collaborazioni autoriali. Da allora collaboro con Doryland. Lucyd l’ho pescata nel cestino della sua scrittura. Poiché la bozza del brano è sua. E me la regalò perché non la voleva usare per lei. Poi sviluppata insieme. Lei è uno dei più grandi talenti che conosco. Scrive canzoni molto belle e ha tantissime
personalità vocali. Ogni tanto conviene parlarle al plurale. In un altro brano (Nastro Solare) nei ritornelli urla. Io, lei e l’arrangiatore Carlo
Sandrini, stiamo lavorando ad un suo disco solista. L’ho fortemente voluta nel progetto de IlVocifero, perché era perfettamente in linea col nostro tipo di sensibilità. A giorni esce il videoclip di lucyd, girato da Fabio Capalbo e noterete la fiamma.
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Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che ognuno abbia portato parte dei propri inferni in ogni canzone. Quanto hanno influito le vostre esperienze personali alla realizzazione del disco?
Tantissimo. Ti dico pero’ che per realizzare questo disco, io personalmente ho dovuto attingere soprattutto a fede ed amore. Forse proprio perché gli inferni erano molti. E si sono fatti sentire tantissimo. Ho avuto spesso paura di non farcela. Ma molto amore è arrivato a sostegno.

Quello che mi ha colpito al primo ascolto sono le sensazioni di verità e sincerità che emergono dai testi e dalla performance di Aldo. È difficile trovare un disco così diretto nelle produzioni musicali italiane di questi ultimi tempi. Cosa ne pensate dell’universo musicale italiano di oggi?
Secondo me, l’universo musicale italiano, non lo conosciamo granché. Io credo che la musica indie italiana, se ti riferisci a quella, sia solo il piccolo specchio nevrotico di una realtà sotterranea più pura, ma che magari comunica meno o per nulla, con il sistema delle reti di comunicazione formale. Io credo valga la pena aprire un varco di comunicazione con le parti salvabili della società e portare istanze “underground” e di “sottocontrocultura” nella speranza che possano andare a costituire parte di un mondo più interessante e libero. Diciamo così. So che mi espongo a critiche e sbaglieremo delle cose. Ma ok. Aldo è proprio un
esempio di questo tipo di energia artistica libera.

Nel brano “Scagliati” ci sono diversi cambi di stile e stati d’animo. Aldo si trasforma e interpreta. Passa con disinvoltura dal ricordare Buscaglione, a sfuriate degne del Teatro degli Orrori. Citando il brano “Il gusto della morte”, “Tramite una poesia che non segue ordini scolastici, soffro il complesso del cantante condannato al blues”.

Qual è secondo voi il ruolo del cantante?

Deve cantare molto bene! Avere una capacità di comunicazione altissima, anche dal punto di vista corporeo. Perché il canto è anche una cosa da
guardare. La voce, in una canzone, è lo strumento ultimo e primo. La responsabilità più diretta, nei confronti dell’ascoltatore. Perché con la parola, entri in merito in maniera più sbilanciata, rispetto ad uno strumento musicale. L’incarnazione antropomorfa della poetica che la musica disegna. La musica, credo lo sarà in futuro.

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