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Im Keller“, ovvero “in cantina”. Ulrich Seidl torna alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia a due anni di distanza da “Paradies: Glaube” (premio speciale della giuria nel 2012) con un documentario – presentato fuori concorso – che esplora le proprio le cantine degli austriaci.

L’argomento non è casuale né sciocco perché, spiega Seidl nelle note di regia, in Austria i seminterrati delle case sono vissuti come spazi di libertà, per praticare i propri hobby ed essere pienamente se stessi.

Il regista inquadra questi luoghi nei suoi tipici tableaux, quelle inquadrature fisse, lunghe, costruite in modo simmetrico che nel caso di “Im Keller” risultano particolarmente funzionali perché consentono agli spettatori di osservare con calma e attenzione le cantine selezionate da Seidl, all’interno delle quali gli oggetti assumono un’evidenza plastica molto marcata.

C’è chi in cantina nasconde un piccolo santuario personale dedicato al nazismo, chi una ricca collezione di attrezzi per le pratiche sadomaso, chi la lunga ferrovia di un trenino elettrico e chi, addirittura, un poligono di tiro.

Seidl non nasconde di aver inserito nelle proprie riprese una dose di finzione, o meglio di messa in scena. Le azioni sono reali e al tempo stesso recitate, compiute da persone consapevoli – e, crediamo, contente – di scandagliare il proprio ego e le proprie ossessioni su uno schermo cinematografico.

Qualcuno in sala ride, anche se l’obiettivo di Ulrich Seidl non è prendere in giro i propri protagonisti o di renderli ridicoli, ma semplicemente metterli in mostra con crudeltà e, al tempo stesso, piena comprensione.

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