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In cabina di regia

Se Giove è il vostro pianeta preferito sol perché uno scienziato dai lunghi capelli d’argento ne ha fatto elemento fondante della sua esclamazione più famosa; se il flussocanalizzatore ha cambiato la vostra vita o avrebbe potuto farlo; se avreste desiderato trovare il tesoro di Willy l’orbo in un anfratto roccioso vicino casa vostra; se la prima definizione di cinema che vi viene in mente è fabbrica dei sogni, allora avete degli ottimi motivi per leggere questa intervista.
Attraverso le parole di un giovane regista scopriremo il percorso, i passaggi obbligati, le difficoltà, e anche – perchennò – le soddisfazioni che dispensa il corteggiamento della macchina da presa. Tutto questo speziato da fantascienza, anni 80, gremlins allo stato brado e boschi incantati.
Ladies and gentlemen, Paolo Gaudio!

Tim Burton, nelle sue interviste, è solito dire che i film di Vincent Price gli hanno salvato la vita. Quali sono i film che hanno “salvato” la tua e che hanno fatto nascere in te il desiderio di fare il regista?
Il cinema a cui mi sento più legato è di sicuro quello fantastico americano degli anni 80, che più semplicemente coincide con quello che vedevo da bambino. Ora che ci penso, credo di dovere molto, anzi tantissimo, alla prima serata di Italia Uno, che specialmente il lunedì mi ha fatto conoscere pellicole straordinarie come “Goonies”, “Gremlins”, “Indiana Jones” o “Labyrinth”. Tuttavia, se dovessi indicare i film che mi hanno fatto contrarre questa malattia, non avrei dubbi: “Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis, “Brazil” di Terry Gilliam e “Edward Mani Di Forbice” di Tim Burton. Sono questi i capolavori che mi hanno salvato o rovinato (questioni di punti di vista) la vita, a cui ancora oggi guardo come inesauribile fonte d’ispirazione.

Quando hai capito che potevi diventare davvero un regista?
Sinceramente, credo ancora di non averlo capito! Potrà apparire strano, ma chi fa questo mestiere non arriva mai, continua a provarci ogni volta. Con entusiasmo ed umiltà ci si accosta ad un progetto, poi ad un altro ed è sempre la stessa cosa: si prova a realizzare quello che si ha in testa con pazienza e tenacia, ma non sai mai se stai costruendo una carriera o stai continuando a sognare come da bambino. A volte mi piacerebbe tornare indietro nel tempo per incontrare me stesso undicenne e mostrargli i miei corti o i miei progetti e osservare la sua reazione. Forse solo il suo consenso e la sua approvazione mi potrebbero far capire dove sono arrivato oggi e dove sto andando. Se sono un regista o ancora no.

Facciamo un passo indietro: dopo la laurea in lettere, consegui il diploma in regia alla NUCT (Scuola Internazionale di Cinema e Televisione) di Roma. Finita la formazione, sorge la necessità di entrare nel circuito. Quali sono i normali passaggi contemplati nella gavetta di un giovane regista? E quali sono le principali difficoltà che si incontrano?
Dopo la Scuola del Cinema ho fatto di tutto, ahimè! Pensa che per un anno intero ho fatto l’operatore alla macchina a Capannelle: riprendevo le corse dei cavalli! Per non parlare dei centinaia di video aziendali, di piccoli montaggi di matrimoni, feste, provini…insomma di tutto. Tranne che il cinema! Ma credo che questo tipo di percorso sia quasi obbligatorio e ti concede anche un grande vantaggio: vale a dire che ti mette in condizione di riflettere su quello che stai facendo e su cosa desideri, e su quanto lo desideri. Fare il cinema è una scelta che devi rinnovare ogni giorno, sia quando va bene che quando va meno bene. Ed è forse questa la difficoltà maggiore, a mio avviso, cioè rinnovare questa scelta essendo consapevoli che il tempo passa, che si diventa adulti e che ogni scelta che opera un adulto non riguarda solo se stesso, ma coinvolge tutti coloro che gli stanno vicino e gli voglio bene e contano su di lui.

Così arriva il primo corto: “L’Incantesimo Di Gilbert”, vincitore nel 2006 del premio per il miglior soggetto al Cuveglio Film Festival. Ce ne vuoi parlare?
“L’incantesimo di Gilbert” è un cortometraggio che sono riuscito a realizzare grazie all’aiuto di due società: la Reverie Film di Lorenzo e Giuseppe Monaco e la White Shark di Stefano Bessoni e Marco Baldi. Il corto racconta la storia di una giovane orfanella che si smarrisce nel surreale ‘bosco delle cose inutili’. Nel suo vagare si imbatte in una piccola casetta di legno, dimora di Gilbert, il costruttore di trofei, il quale è vittima di uno strano incantesimo. Sono molto affezionato a questo progetto, poiché per la prima volta mi veniva affidato un piccolo budget per poter realizzare una mia storia, fiabesca, bizzarra e malinconica. Ho avuto la fortuna di lavorare con dei collaboratori fantastici come Carlo Nannetti e Francesca Crisafulli per le scenografie e Fabio Barretta per i VFX; e con due ottimi attori, Aurora Mascheretti e Lorenzo Monaco. Inoltre, come ricordavi tu, grazie a questo film ho ricevuto il mio primo riconoscimento ad un Festival, che credetemi, piccolo o grande che sia, fa sempre tanto, tanto piacere!

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Nel 2007 è la volta di “Il Posto Vuoto”, premiato a “Il Corto.it” (miglior film fantastico e premio della giuria per la scenografia). E così comincia anche il sogno americano: con la stessa pellicola partecipi al New York Indipendent Film and Video Festival, vincendo il Premio per il miglior film fantasy. Cosa ti ha dato questa esperienza?
“Il Posto Vuoto”, fino a questo momento, è di sicuro il corto che mi ha dato maggiore visibilità e riscontro. È stato proiettato in molti festival internazionali ed in posti che io non ho mai visitato, come il Brasile o il Giappone e forse, se continuo a fare questo mestiere o quasi, è proprio grazie a questo piccolo lavoro. Pensa che per farlo avevo a disposizione solo una macchina da presa S16 mm, due pizze di pellicola ed un bosco. Nient’altro! Ma alla fine è bastato, per raccontare la favola sull’assenza che avevo in mente. Se poi aggiungi il contributo straordinario della Vision s.r.l. che curò gli effetti speciali digitali, con i quali abbiamo trasformato un bosco qualunque in uno pittorico, gotico e fantastico, il gioco è fatto. Sono molto contento del risultato, mi rappresenta e credo che il cinema che farò in futuro sarà sempre, in qualche modo, debitore e condizionato da “Il Posto Vuoto”, in termini di linguaggio e ricercatezza estetica.

Nel 2007 ricopri anche il ruolo di responsabile del laboratorio di animazione stop-motion presso la NUCT, griffando un nuovo corto dal titolo “Le Malinconiche Pene Del GROM”. Questo laboratorio che tipo di attività svolge e quali opportunità offre?
Il laboratorio fu un’idea di Stefano Bessoni, all’epoca docente di regia cinematografica presso la NUCT. Io ero uno dei suoi assistenti e decise, bontà sua, di darmi questa occasione e di gestire questo spazio come una specie di bottega artigiana, nella quale gli iscritti potevano apprendere i meccanismi dell’animazione stop-motion (tecnica che adoro e nella quale mi cimento goffamente!) direttamente sul campo. Infatti, dopo una breve infarinatura di grammatica e storia dell’animazione ci siamo messi subito al lavoro, provando a mettere in piedi la produzione di un piccolo corto che ci avrebbe permesso di affrontare tutte le fasi e le difficoltà che un progetto di questo tipo presenta. I ragazzi sono stati coinvolti direttamente nella preparazione dei modelli e delle armature per i puppets, ma non solo; hanno dovuto concepire e realizzare anche set e miniatura, assecondando ogni mia esigenza estetica e di ripresa. Infine i più capaci, come il mio grande amico Francesco Erba, da allora mio inseparabile collaboratore, hanno perfino animato ‘passo a uno’ i nostri pupazzi. Il risultato del laboratorio è stato il cortometraggio di tre minuti “Le Malinconiche Pene del GROM”. Un lavoro dall’estetica decisamente espressionista e cupa, di cui sono molto orgoglioso e che mi ha concesso quest’anno di essere in competizione presso il SITGES, International Fantastic Film Festival of Catalonia, il più importate festival del cinema fantastico d’Europa e forse del mondo.

È possibile in Italia portare avanti il genere fantastico, così lontano dalla tradizione nostrana? Quali sono le principali problematiche che si incontrano quando si vuole realizzare un progetto fantasy nel nostro paese?
Oggi, nel nostro paese, purtroppo è molto difficile fare il cinema in generale. Poi, se parliamo di quello di genere, l’impresa diventa quasi impossibile. Per una volta mi piacerebbe trascurare il problema denaro (che manca un po’ in tutti i settori di questi tempi), che certamente gioca un ruolo più che centrale in questa faccenda e concentrarmi su altri aspetti, altrettanto importanti. Credo che il vero grande motivo sia da ricercare nel pregiudizio negativo che alberga in produttori e spettatori nostrani, che per una volta sembrano essere uniti. Mi riferisco a quella strana idea che fa pensare ai primi che le pellicole fantastiche non fanno per noi e che sono ad esclusivo appannaggio del cinema americano, ed ai secondi, che è giusto dubitare della qualità di un film di genere italiano (e quindi non andarlo a vedere) proprio perché è italiano! Da qui, un circolo vizioso dal quale non si esce vivi! C’è da dire che alcune pellicole recenti non hanno certo favorito il proliferare di questo tipo di cinema nel nostro paese. Anzi, hanno contribuito a creare quella brutta fama di cui è schiavo.
Ma la cosa che spesso dimenticano in molti è che l’ultimo grande regista italiano è stato un certo Sergio Leone, che ripropose il western, il genere cinematografico per eccellenza, in un modo talmente originale e forte che l’immenso John Ford, in confronto, appariva piccolo piccolo. Questo per dire che non è la tradizione che ci manca, tanto meno le capacità. Il punto è che non viene più concesso a nessuno di rischiare, di provare qualcosa di poco frequente o semplicemente differente da quello che la tv propone ogni sera. Purtroppo, a volte accettiamo passivamente delle verità precostituite che ci spingono a credere che in questo paese si può fare una ed una sola cosa in materia di cinema e questo mi appare terribilmente riduttivo.
Nel mio piccolo mi piace credere, anche se lavoro con budget insignificanti e su progetti minuscoli, che sto provando a non accettare passivamente nessuna idea prestabilita, continuando a fare del sano cinema fantastico e di genere anche nel mio paese, con l’augurio di non sbagliare troppo.

Nel tuo futuro c’è un nuovo lavoro dal titolo “Attraverso La Lente”. Ti va di presentarlo? Il sito del progetto è davvero interessante; la grafica e la soluzione della lente di ingrandimento sono sempre farina del tuo sacco?
Adoro questo progetto e sono felicissimo di averlo realizzato dopo anni di tentativi e false partenze. Ho scritto la sceneggiatura più di quattro anni fa e solo nell’estate del 2009 sono riuscito a produrlo, grazie agli sforzi della Amygdala s.r.l. di Cristian Casella e della Tortuga Film del grande Raffaello Saragò. “Attraverso La Lente” è uno di quei progetti che nel nostro paese appaiono irrealizzabili, poiché si tratta di lavorare in un modo e con delle tecniche poco utilizzate o sfruttate dal nostro cinema. Il film è stato girato interamente su green screen, affidando la costruzione dei set e delle location, sia interne che esterne, alla Computer Grafica, garantendo così un look estremamente controllato, pittorico e fantastico come quello di una illustrazione su un libro di favole. In questo momento stiamo affrontando la lunghissima post-produzione presso gli studi di Calcutta della Blowfish FX, società indiana di effetti speciali visivi. Se tutto va bene, il film dovrebbe essere pronto per Natale, incrocio le dita!
Per quanto riguarda il sito (www.attraversolalente.it) mi piacerebbe prendermi il merito di ogni cosa creativa e bella, ma questa volta non posso farlo: il web master Paola Canepa mi ucciderebbe! Difatti è una sua l’idea di prendere la protagonista del film, ovvero la stana e straordinaria ‘lente’, dalla quale è possibile vedere il passato e i propri ricordi (props realizzato dal maestro Leonardo Cruciano) puntandola su di un punto nello spazio ed utilizzarla nel sito, così come nel film. Anche a me piace tantissimo!
Inoltre, a proposito di futuro, mi accingo a girare il mio primo lungometraggio dal titolo “Fantasticherie Di Un Passeggiatore Solitario“, che prevede momenti in animazione stop-motion alternati con quelli in live action. Il film racconta le disavventure di tre bizzarri personaggi di tre epoche diverse, che vengono uniti da un sogno di libertà e da un piccolo capolavoro di letteratura. Un viaggio misterioso e senza tempo attraverso le aspirazioni, le sofferenze e le “fantasticherie” di un poeta, di un giovane studente e di un bambino sperduto nel bosco.

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Tra i tuoi registi di riferimento figurano Zemeckis, Burton e Carpenter: una qualità o capacità che ruberesti a ciascuno di loro.
Al tuo elenco aggiungo un altro nome, fondamentale per me, che è Terry Gilliam. Credo di non aver fatto altro, nei miei piccolissimi film, che saccheggiare e riproporre tecniche di ripresa e di stile degli autori che hai citato! Ogni volta che mi trovo in difficoltà con una scena durante le riprese, penso sempre a come l’avrebbe girata uno di loro e tutto mi torna chiaro. Può apparire assurdo, ma è così: sono più che semplici registi per me, veri e propri punti di riferimento da cui apprendere il più possibile. Comunque, per rispondere nel dettaglio alla tua domanda, credo che di Robert Zemeckis mi piacerebbe avere la sua straordinaria capacità di muovere la macchina da presa e di restituire allo spettatore l’idea di spazio in cui si svolge l’azione. Di Tim Burton il gusto estetico mai banale o scontato; anche in “Alice In Wonderland”, film non esattamente riuscito, mi ha colpito questa capacità di non fare mai quello che la gente si aspetterebbe. Ed infine dal più grande di tutti, Mr. John Carpenter, qualsiasi cosa, anche le scarpe o il cappello.

Alcuni registi utilizzano sempre più di frequente la tecnica 3d. La tua opinione a riguardo.
La stereoscopia è di sicuro una tecnica molto interessante, non così innovativa come vorrebbero farci credere, ma sicuramente affascinante, perlomeno da un punto di vista meramente visivo. Purtroppo in Italia ancora non conosciamo le vere potenzialità di questa tecnica, specialmente di proiezione. Mi è capitato di vedere a New York una proiezione in IMAX 3D e devo ammettere di essere rimasto molto colpito; in quella occasione mi è apparsa più chiara la necessità di molti registi di Hollywood di ricorrere a questo tipo di proiezione. Al giorno d’oggi, chiunque ha in casa un LED full HD, un impianto surround ed un lettore blu-ray, può ottenere una proiezione degna della sala. Allora il cinema deve attrezzarsi proponendo una modalità di fruizione di un film impossibile da replicare in home video. E ci sono riusciti!

Ti chiedono di girare questi tre film, ma puoi sceglierne solo uno: “Chi Ha Incastrato Roger Rabbit”, “1997: Fuga Da New York”, “Beetlejuice”. Per quale propendi e perché?
Credo che questa sia la domanda più difficile che potessi farmi! Non saprei, sono molto legato a tutti e tre questi titoli e ognuno di loro mi ricorda un episodio della mia infanzia. Pensa che “Chi Ha Incastrato Roger Rabbit” fu il mio primo VHS, “Beetlejuice” uno dei primi al cinema, e “1997: Fuga Da New York” fu il primo poster che appesi dietro la porta della mia stanza. Quindi non riesco proprio a propendere per l’uno o per l’altro. Anche perché non sarei degno di nessuno di questi remake!

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