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In campo come nella vita

“Amore Bugie & Calcetto” viene presentato alla stampa nel luogo più adatto, il “Futbol Club” di Roma, centro sportivo polifunzionale del Villaggio Olimpico. C’è anche tempo, prima delle domande di rito, per un paio di tiri alla sfera di cuoio; gli attori sono tutti presenti, completano il quadro regista e sceneggiatore.
L’incontro si svolge in un clima informale in cui la risata è sempre dietro l’angolo. La natura corale del film e, soprattutto, il lato prettamente calcistico monopolizzano l’attenzione dei giornalisti. Ma c’è anche spazio per qualche interessante annotazione circa gli aspetti più ellittici della pellicola, in particolar modo la palpabile sensibilità tutta femminile che intride parte della narrazione.
Va da sé, però, che la prima domanda sia in realtà una specie di quesito esistenziale, uno di quegli interrogativi che da sempre alloggiano nelle menti di mogli, compagne, fidanzate…

Perché a calcetto si gioca sempre, rigorosamente, di giovedì?
Luca Lucini: In realtà forse c’è una spiegazione tecnica. Il giovedì è il giorno in cui non giocano le altre squadre, perché ormai giocano tutte le sere: il lunedì c’è il posticipo, il venerdì c’è l’anticipo, il mercoledì c’è la Champions e il giovedì forse rimane libero…

Fabio Bonifacci: No, io purtroppo questo mistero non l’ho svelato,per me rimane come Fatima. Perché a calcetto si gioca di giovedi? Lo faccio anche io, ma è uno dei grandi misteri della vita.

Il film, in fase di produzione, si intitolava “L’ Amore Ai Tempi Del Calcetto”, poi è stato mutato nel titolo attuale: avevate paura che qualcuno confondesse Bisio con la Mezzogiorno (Giovanna, protagonista de “L’Amore Ai Tempi Del Colera”, ndr)?
Luca Lucini: (risate, ndr) No, perché c’era il rischio di avere una sovrapposizione che sarebbe sembrata quasi più una parodia, quindi abbiamo voluto evitare.

Il film ha come caratteristica distintiva la coralità: quanto è stato difficile ottenere un equilibrio, in fase di lavorazione, tra tutti gli attori e i personaggi?
Luca Lucini: Per me è stata una bella sfida. È stato molto difficile in fase di sceneggiatura far andare avanti le storie di tutti coerentemente con le situazioni in campo, ma è stato stimolante.

Claudio Bisio: Personalmente sono contentissimo, ho avuto in passato qualche esperienza in film che erano costruiti sul singolo, come l’ultimo che ho fatto (“La Cura Del Gorilla”, ndr), dove addirittura interpretavo due personaggi, e ne ho sentito la responsabilità. Un piccolo rammarico, nel caso di “Amore Bugie & Calcetto”, riguarda proprio questo: avrei voluto interagire con più personaggi.

Filippo Nigro: La coralità, gli interpreti tutti protagonisti di piccole o grandi storie, è un vantaggio se nel gruppo si crea un’atmosfera e, come è accaduto in questo film, può diventare un’arma molto forte.

Fabio Bonifacci: Ci eravamo dati l’obiettivo di fare una commedia che fosse vicina alla realtà, e la realtà quasi sempre è corale. Poi noi inizialmente abbiamo scritto quattro film, solo dopo un lungo lavoro di ‘fusione’ abbiamo fatto diventare il tutto una storia sola.

Claudia Pandolfi: Non dimentichiamo però che spesso non ci si incontra sul set, e quindi la coralità che aleggia nell’aria non viene percepita se non a film ultimato. Lucini però è un professionista astuto: ci aveva già messo tutti insieme in una bellissima prova, in teatro, in cui tutti recitavano la propria parte. Questo è stato molto utile per capire cosa facesse l’altro, ed uscire dal proprio microcosmo.

Angela Finocchiaro: Condivido quanto detto. Adesso che ci ritroviamo è come se avessi assorbito parzialmente tutto un percorso fatto anche dagli altri attori. Fatto sta che un film del genere è la dimostrazione che in Italia non c’è penuria di attori.

Tanti attori significa anche tante variazioni alla sceneggiatura in fase di lavorazione?
Luca Lucini: Una cosa che faccio sempre è impiegare del tempo per delle letture con i personaggi e lo sceneggiatore, tutti insieme, cercando di capire le loro esigenze rispetto al copione e cercando di cucire addosso a loro i personaggi. Ad ognuno poi ho cercato di applicare scelte registiche diverse che fossero coerenti con la sua evoluzione, anche in termini di inquadrature e fotografia. Il personaggio di De Rosa, ad esempio, molto pignolo e preciso, viene quasi sempre ripreso ortogonalmente, in maniera classica e molto pulita, mentre Nigro e Pandolfi hanno spesso quadri sporchi, movimenti di macchina imprecisi. Più difficile, comunque, è stato gestire quattro film paralleli senza perdere il filo del discorso, senza tralasciare le scene di calcetto, che nel cinema tendono spesso ad essere poco credibili.
[PAGEBREAK] Ma c’era qualcuno che non aveva mai giocato?
Luca Lucini: Da vero professionista, Claudio. Prima del film non era proprio un campione, si è allenato molto, arrivando a un livello assolutamente credibile.

Davvero in campo si è come nella vita?
Roberto Sermonti: Sì, sono d’accordo. In questo senso per me è stata l’interpretazione più difficile della mia carriera; il mio personaggio è quanto di più lontano dalla mia indole, dal mio carattere e dal mio modo di giocare a calcio possa esserci: in campo sono un po’ un dandy fighetto, più che un picchiatore. Comunque, finalmente si è avverato il sogno della mia vita, essere pagato per giocare a calcio!

Fabio Bonifacci: “In campo come nella vita” è una legge in cui credo e che veniva applicata molto nel calcio di un tempo, di periferia. Da giocatore di calcetto credo sia vera anche umanamente, ma come tutte le cose umane non va interpretata in modo meccanico.

Nel film compare una squadra di vecchie glorie: Tacconi, Schillaci… Come li avete raggiunti?
Luca Lucini: Ho conosciuto Gigi Maifredi tempo fa e ho chiesto a lui di aiutarmi a mettere in piedi una squadra di vecchie glorie già presenti nella sceneggiatura, è stato divertente.

Claudio Bisio: Io all’inizio non ci credevo. Ho letto la sceneggiatura e arrivato a questo punto ho immaginato una presa in giro, magari mi sarei trovato di fronte a una di quelle cose tristissime tipo una compagine di sosia… figuriamoci, nel copione compariva pure Gullit!

In Italia, però, il buon cinema sportivo rimane rarissimo; eppure lo sport fa parte, fin troppo, della cultura popolare nazionale…
Luca Lucini: Credo sia una questione di atteggiamento, il calcio in Italia è sempre una cosa sacra e non sai mai come toccarlo. Forse avendo parlato del calcetto e non del calcio ufficiale siamo riusciti a raccontare una realtà senza entrare in un realismo che sarebbe stato spinoso.

Il personaggio di Battiston, il Mina, è stato costruito partendo da qualche fonte di ispirazione precisa?
Giuseppe Battiston: Diciamo che pesando novantuno chili, la figura del calciatore un po’ in disarmo, che fuma molto e tende a stare in panchina non mi è lontanissima. Poi sono un estimatore di Gianni Mura, e credo che questo abbia influenzato la mia interpretazione.

Si potrebbe pensare che, dato il tema, il film sia esclusivamente maschile, invece anche i personaggi femminili sono assolutamente centrali.
Claudia Pandolfi: Per la sensibilità e alcune vicende c’è in effetti molto di femminile in questa pellicola: mi piace pensare che il calcetto sia un pretesto per capire cosa accada fuori dal campo e dallo spogliatoio, cosa accade a compagne e fidanzate. Insomma… girl power!

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