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  • In Flames: A Sense Of Purpose

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Moderna rinascita

Alcune cose non si possono spiegare. Alcune alchimie segretissime non possono risultare ovvie analizzando i singoli ingredienti. Allora se i tempi d’oro di “The Jester Race” distano ormai un millennio tanto all’anagrafe quanto nella sostanza, se i precedenti tre lavori avevano disegnato per sempre un nuovo In Flames-sound funzionale e moderno, proprio non sapremmo spiegarvi come “A Sense Of Purpose” possa manifestare tanta genuinità vecchia maniera pur suonando inequivocabilmente alla nuova. Sarà che finalmente gli In Flames si sono potuti tirar fuori dalle tempistiche soffocanti delle produzioni moderne, grazie alla nascita del loro studio privato, avendo modo di suonare, comporre, registrare e provare tutti insieme senza fretta. Così capita che la sola batteria del nuovo disco sia stata realizzata in un mese, mentre l’intero “Come Clarity” venne sfornato in due settimane. Quello che conta è che “A Sense Of Purpose” oscura nettamente tanto il suo predecessore quanto STYE. Le prime quattro tracce sono piccole gemme di gran classe, ognuna perfetta a suo modo (lo special di chitarre acustiche in “Alias” è da brividi lungo la schiena). Se poi “I’m The Highway” risulta il punto debole del disco c’è poco da rammaricarsi. All’orizzonte ci sono otto minuti pregni di pathos e fuori dagli schemi di “The Chosen Pessimist” e altri quattro capitoli appena al di sotto di quelli di apertura. Nulla pare sia stato lasciato al caso; il songwriting globale è di buon livello, con una generale rivalutazione della struttura melodica.
La visione d’insieme non consente un trionfo completo per “A Sense Of Purpose”, ma ne sancisce il ruolo di leader nella nuova era degli In Flames (lasciando fuori contesto “Reroute To Remain”, che fa un po’ storia a sé).
Notevole.

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