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In Flames: La tranquillità delle belle giornate

L’uscita di “A Sense Of Purpose” è ormai prossima. Così tra glorificazioni dei nuovi fan e aspre critiche della vecchia guardia gli In Flames non sembrano accusare il passare del tempo, timbrando puntualmente il cartellino di casa Nuclear Blast. Anche questa volta non potevamo mancare all’appuntamento, così siamo andati da Daniel Svensson (drums) per farci dire quanto più possibile sulla nuova fatica del combo svedese.

Ciao Daniel, immancabilmente il primo interrogativo cade sulla vostra prossima uscita “A Sense Of Purpose”, programmata per il 4 Aprile. Quali sono le tue sensazioni?
Ovviamente siamo tutti molto contenti del lavoro svolto. Noi non mandiamo mai alle stampe un progetto di cui non siamo pienamente soddisfatti. È vero che si dice sempre che l’ultimo album è il migliore di tutti, ma questa volta è stato veramente divertente. Per la prima volta abbiamo registrato tutti insieme negli In Flames Studio. Nei due precedenti album avevo registrato le parti di batteria da solo in uno studio e così come me anche gli altri avevano lavorato singolarmente sulle loro parti. Per “A Sense Of Purpose” siamo riusciti a lavorare come in gruppo. Inoltre il fatto di lavorare nel nostro studio ci ha levato di dosso la pressione di dover completare le registrazioni in un tempo molto ristretto. Io per esempio ho avuto un mese intero per registrare le parti di batteria. Ciò significa poter dare il massimo, poter curare ogni minimo dettaglio. Credo che questo sia stato un valore aggiunto per la buona riuscita del disco.

Cosa puoi dirci invece dell’artwork? Ho visto che è presente una figura ricorrente tanto sul singolo quanto sul full length. Quali sono le implicazioni di questo personaggio nella storia di “A Sense Of Purpose”?

L’artwork è stato interamente curato da Alex Pardee; l’immagine che hai potuto vedere in anteprima come copertina del disco è solo una porzione del complesso dell’artwork. Quello che posso dirti è che c’è uno stretto legame tra la front cover e il titolo dell’album, ma sarà tutto più chiaro e comprensibile quando potrai dare uno sguardo a tutto il booklet.

Tu sei parte integrante degli In Flames dai tempi di “Colony”. Questo sarà il tuo sesto album con Fridén & co. Nei dieci anni trascorsi dietro le pelli degli In Flames, come e quanto è cambiata la tua vita privata?
Negli ultimi dieci anni sono cambiate molte cose. È inevitabile. Quando sono entrato a far parte degli In Flames quello che mi importava era di fare il massimo. Per quanto riguarda la band, il passare del tempo ha solo cambiato i ritmi e la portata del nostro fenomeno musicale. Per quanto riguarda la mia sfera privata, oggi sono un uomo sposato con due figli e la mia famiglia ormai si è abituata ad un certo tipo di vita, anche se non è semplice far quadrare queste due realtà. Ero molto giovane quando ho cominciato quest’avventura e mi è sembrata l’unica prospettiva possibile. Non avevo altri interessi o altre strade di fronte a me. Per i miei figli è naturale che loro padre ogni tanto sia via, perché è da quando sono nati che vivono questa realtà. È davvero molto difficile poter dire cosa sarebbe cambiato nella mia vita privata se non avessi fatto il musicista. Ho vissuto solo questa vita e non riesco ad immaginare quale sarebbe potuta essere la strada alternativa.

In che modo si è evoluta la tecnica nell’ambito della produzione durante il tuo periodo di attività negli In Flames?
Da “Reroute To Remain” la produzione avviene con ProTools e il supporto di registrazione è l’hard disk. Ma “Colony” e “Clayman” vennero registrati ancora su nastro. Le differenze tra questi due processi sono ovviamente molte. Nel primo caso puoi godere di grande flessibilità; si va dal copia e incolla ad altre soluzioni pratiche e a volte non è poi così necessario saper eseguire perfettamente il pezzo poiché la tecnologia sopperisce. Una volta invece si registrava ogni song dall’inizio alla fine ed era molto più importante la prestazione tecnica. I metodi odierni sono assolutamente più convenienti e pratici anche se ci sono aspetti che personalmente trovo poco piacevoli. Ad esempio oggi capita di registrare quattro o cinque volte di fila la stessa strofa per poi fare lo stesso con il ritornello e così via. È complicato trovare il giusto groove, quell’attitudine live che rende il risultato finale fluido e omogeneo. Serie interminabili di “suona-ferma-suona-ricomincia” sono assai poco gradevoli.
[PAGEBREAK] Ho riscontrato una similitudine fra “A Sense Of Purpose” e “Come Clarity”: entrambi risultano omogenei e compatti, eccezion fatta per una canzone. Per “Come Clarity” questa era rappresentata dalla title track, mentre nel nuovo disco si tratta di “The Chosen Pessimist”, che spicca anche per una struttura anomala e fuori standard.
Siamo abituati a fare pezzi metal con strutture di tipo pop. Questo significa rispettare i classici canoni di intro-strofa-ritornello e una durata contenuta in tre, quattro minuti per pezzo. Per una volta abbiamo deciso di lanciarci in un esperimento, realizzando un brano del tutto avulso da ogni struttura predefinita. Così è venuto fuori un pezzo da otto minuti, lento e senza regole da rispettare. Anche se sul disco ci saranno solo dodici canzoni, ne sono state registrate sedici. Quelle rimaste fuori finiranno un po’ sul singolo e un po’ verranno utilizzate come bonus tracks delle versioni limitate e di quella giapponese.

Gli In Flames ad oggi rappresentano una delle più grandi realtà in ambito metal, ma questa consacrazione è avvenuta attraverso una lenta e costane ascesa. Altri gruppi come ad esempio i Linkin Park hanno raggiunto i vertici mediatici fin dalla loro prima release. Quali differenze separano questi due percorsi?
Credo che sia molto più difficile far breccia al primo colpo come hanno fatto il Linkin Park, sia come musicisti che come persone. Inoltre si deve sopportare un’enorme pressione perché dopo il grande successo tutti si aspettano delle conferme. Non è psicologicamente agevole gestire una situazione del genere. Io sono contento che il nostro percorso di crescita sia avvenuto per gradi. Ciò ha permesso a tutti noi di maturare e di migliorare nel modo giusto. Era questa la nostra strada.

Cosa puoi dirci dell’edizione limitata? So che ci sarà un DVD bonus.

Sì, si tratta di un DVD molto lungo che conterrà in parte materiale inedito, come per esempio scene tratte dalla fase di home recording del disco e altre interessanti chicche.

Per concludere, quali sono gli aspetti più belli e più sgradevoli rispettivamente di un live show e di una sessione di registrazione?
Senza alcun dubbio il concerto è il momento migliore di un tour. Forse è il solo momento davvero appagante, visto che il resto è abbastanza sgradevole; ci sono troppi tempi morti, spostamenti, viaggi e altri aspetti poco piacevoli come la prolungata lontananza da casa. Al momento di salire sul palco però si viene puntualmente ripagati degli inconvenienti occorsi.
In fase di registrazione non saprei dire quale sia l’aspetto migliore, mentre la parte negativa è sicuramente rappresentata dai problemi tecnici in cui talvolta si incorre.

Grazie mille per il tempo che ci hai concesso.

È stato un piacere.

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