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In Italia, oggi, c’è poco da ridere

Se dico Commedia all’ italiana dico Risi, Monicelli, Steno, Comencini… Una stagione irripetibile, quella tra gli anni ’50 e ’60, in cui il cinema italiano ha saputo essere la migliore espressione culturale del nostro Paese nel mondo, una forma artistica che riusciva ad essere popolare senza scadere nel commerciale e nel volgare.

Se dico Monicelli, dico “I Soliti Ignoti”, “La Grande Guerra”, “L’ Armata Brancaleone”, “Guardie E ladri”, “Amici Miei”, film che nella commedia hanno trovato la chiave di lettura del genotipo italiano, e non l’hanno mica trattato con la solita carineria retorica. Eppure, tutti ridevano, senza accorgersi di ridere di se stessi.

Se, in tempi tristi come questi, la bussola è impazzita ma si vuole tornare ad avere punti di riferimento culturali, ecco che “Una Storia Da ridere”, documentario di Roberto Salinas su Mario Monicelli, può risultare molto utile, perché il grande regista parla del cinema, della sua idea di commedia, della guerra, del fascismo, persino della fede, come se si rivolgesse ad un amico, raccontando con passione, con l’accoramento e la leggerezza di uno che la vita l’ha scavata a fondo, e ha trovato che “La commedia è tutto, non esiste la tragedia. Esiste solo la commedia”. Perché tutto può essere trasformato in commedia, anche il dolore, ma fino ad un certo punto, come ci dimostra il finale de “La Grande Guerra”.

Ce lo ripete ancora una volta, Monicelli, al Nuovo Cinema Aquila, un bene confiscato alla mafia in uno dei quartieri popolari di Roma che sta vivendo la sua stagione di riscatto culturale, nonostante le sopraelevate delle tangenziali ben piantate sopra il cervello, che spuntano nei posti più impensati. E l’appuntamento, al Nuovo Aquila, non è un unicum, non serve a sparare un grande nome che fa rumore mediatico in un posto in cui ci si aspetterebbe il silenzio dell’ indifferenza. Infatti, “Una Storia Da Ridere, Breve Biografia Di Mario Monicelli” è solo l’inizio di una serie di appuntamenti mensili che daranno la possibilità di far conoscere al pubblico i film della collana “Primi Piani”, progetto sviluppato dalla Interlinea Film con l’obiettivo di dare voce e visibilità ad alcuni grandi testimoni del XX secolo che si sono distinti per la loro creatività e libertà di pensiero. Sentiremo ancora parlare del Nuovo Cinema Aquila.

È uno che parla chiaro, Monicelli, con un’ ironia ed un’ autoironia sferzante, che non ammette derive consolatorie. Classe 1915, il Dottore – guai a chiamarlo Maestro, “Ma che Maestro e Maestro? Ai tempi miei si usava Dottore, e tra di noi ci chiamavamo cinematografari” – sempre gentile, sempre umile, pronto ad applaudire il suo pubblico, a ringraziarlo, è una di quelle persone, oggi in Italia, che vorresti fosse immortale, perché capace di parlare ai giovani, di essere per loro un punto di riferimento culturale, ed anche morale, assieme a molti altri intellettuali, siano essi politici o artisti, di quella generazione “eccezionale”, parola di Monicelli, che ha rifondato l’Italia nel dopoguerra e le ha ridato dignità. Noi eravamo una generazione che lavorava per costruire qualcosa insieme, per gli altri, stavamo costruendo un’Italia dignitosa, perché l’avete ridotta così?” [PAGEBREAK]Monicelli ci sbatte in faccia, senza tanti complimenti, e a ragione, il suo pensiero sugli italiani “delle ultime due generazioni, tutti servi del capitale, che significa mercato, che significa benessere. L’ unica ambizione è avere una Kawasaki, e fare una vacanza alle Seyschelles. Si lavora per andare in vacanza! L’italiano è servo del consumismo, del comprare una cosa se può, e se non può s’indebita. Comunque, questa cosa non ve la posso dire io, che ve dico? Io, vedete, sono rancoroso, nutro rancore, ve lo devo dire. Ma perché mi fate queste cose? (Pausa) Sì, lo so perché volete che ve le dica… (risate) Mah, la gente mi fa le domande, e io rispondo così, in una maniera anche violenta, ma poi manco me ricordo che dico… Pensate che questo qui (e indica Solinas, il regista del documentario) me voleva montare 13 ore d’intervista, ma che siamo matti? Ma che posso aver mai detto in 13 ore di intervista? Già una è troppa, ahò!” si schermisce Monicelli, facendo il cinico e il dissacratore di se stesso, dandoci così una lezione di umiltà.

È importante imparare a dissacrare, perfino il fascismo, “Che non è questa cosa sinistra, è soltanto stupidità allo stato puro. Io me li ricordo i fascistelli quando venivano a lanciare le pietre contro casa mia, venivano, sparacchiavano, e se ne andavano. Mi ricordo che su tutte le case Mussolini, il Duce, aveva fatto scrivere: “Se avanzo, seguitemi. Se indietreggio, uccidetemi” e così è stato, l’hanno acchiappato che scappava con le brache in mano verso la Svizzera.”

Grande lezione di cinema, quando ci spiega che la Commedia all’italiana viene da lontano, “dalla commedia dell’arte, da Arlecchino, Pulcinella e Pantalone, che erano dei morti di fame, d’altronde la commedia di Eduardo è tutta basata sulla fame, la miseria. E io ho inventato i personaggi di Sordi, Gassman… Ecco, prendete Sordi: fuori dall’ Italia non lo potevano vedere, perché faceva dei personaggi turpi, grevi, eppure in Italia aveva un successo straordinario, la gente si divertiva perché pensava di ridere di lui, quando, in realtà, si divertiva proprio perché si identificava in lui, e quindi rideva di se stessa. Ora, non è che la tragedia è quella cosa alta… e la commedia è bassa, sono due modi di vedere la stessa realtà, e io la vedo tutta come una commedia, che ve devo fa’? Ricordiamoci che noi veniamo tutti dalla “Commedia” di quel signore lì… e lì c’è tutto, e si chiama “Commedia”, “Divina” ce l’ha aggiunto dopo Boccaccio per devozione al Maestro… Ecco, noi italiani siamo sempre stati servi di tutti, tutti ci hanno conquistato e derubato, ma una cosa non ci hanno mai tolto, la cultura, e con quella ci distinguevamo in tutta Europa. E non è che noi cinematografari negli anni ’50 ci siamo invenati la commedia… La verità è che non s’inventa mai niente. E quello che si esprime lo si prende da altri, i quali erano più addentro alle cose rispetto a noi. La cultura è conoscere le cose degli altri, poi credi di inventare tu delle cose, ma in realtà non inventi niente, dici delle cose che sono state dette da altri prima, e che tu hai introiettato; però, per dirle, devi conoscerle, e averle dentro soprattutto”.

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