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Ronnie James Dio: In punta di piedi

Non c’è più.
In punta di piedi, per non dare fastidio a nessuno, così come chi ha dato l’annuncio, quasi con la paura di disturbare, di distogliere da un sogno: Ronnie se ne è andato.

Proprio quando già in tanti lo aspettavano di nuovo sui palchi dei festival estivi, sparsi per il globo. Eppure Ronald James Padovana, in arte Ronnie James Dio, questa volta, non ce l’ha fatta a dimostrare di nuovo una grandezza più grande dell’asprezza della vita. Ha combattuto, ma non è riuscito a vincere il male, nella battaglia più epica dei giorni nostri.
E oggi, con l’odioso senno di poi, fanno quasi rabbia le interviste risalenti a solo qualche settimana fa, raccolte alla premiazione per i Golden Gods Awards (Best Metal Singer 2009, Ronnie James Dio: c’erano dubbi?…) in cui un Ronnie smagrito ma lucido e con ancora un po’ d’ironia da spendere, raccontava la sua battaglia contro il cancro: “Sto bene e male, sai, dipende […] Faccio un po’ fatica a mangiare, ma tanto a me non è mai piaciuto mangiare quindi… […] Comunque non avevo mai realizzato quanto sarebbe stata dura e difficile la terapia, finché non mi ci sono sottoposto. […] Sono nel migliore ospedale del mondo, col miglior medico del mondo, il dottor Johnny, e… sai… sono, sono fiducioso per la mia vita, penso che ci sia ancora molto da vivere”.
Fa rabbia perché, sperandolo un po’ tutti, un po’ tutti lo davamo già per guarito.
E invece ha chiamato a raccolta i venti, pur sapendo che i venti non lo avrebbero aiutato a volare, “Die Young”…

Dall’altra parte dell’arcobaleno, non ci saranno più concerti, niente più Dio, niente Heaven & Hell, niente più speranze di reunion dei Rainbow in formazione storica: niente più. Cose che, a dirla tutta, in realtà ora appaiono per quello che sono, piccolezze di fronte alla scomparsa di un uomo. Ma che pure hanno fatto parte della vita di noi tutti e a cui Ronnie, in un modo o nell’altro, ha dedicato la sua, di vita.
E se proprio sulla vita ci è concessa una riflessione, proprio la vita non ha smentito nemmeno in questa occasione l’imperscrutabilità delle sue scelte: ha permesso a quattro vecchietti sopravvissuti degli stravizi degli anni ’70 (e ce ne va…), quatto pilastri dell’hard’n’heavy mondiale di tentare di nuovo la scalata il trono che gli era appartenuto e che più gli compete, di arrivarci, toccarlo… e poi non avere neanche il tempo di godere un po’ dell’impresa compiuta.

Che la vita dà e la vita prende, la vita è strana e la vita non è nostra. Come dicevamo qualche tempo fa. Quando la vita, sempre lei, se ne era portato via un altro, un altro di quelli capaci di colorare con i colori di un’emozione vera e sincera, mutuata dall’arte, l’esistenza di noi tutti.
E se fa empaticamente piacere notare il coro luttuoso e unisono che dall’annuncio della scomparsa del cantante di origine italiano si è levato da ogni angolo della Terra, ci rimane comunque la magra (?) consolazione che la poesia con la quale Ronnie ha permeato 40 anni di hard rock e successive declinazioni, rimane e rimarrà – e per noi può essere abbastanza.
Chissà se potrà bastare a Wendy Dio, la donna a cui è toccato il compito di scrivere l’epitaffio del cantante, suo marito. Il pensiero ora, infatti, va dal cantante all’uomo, a quel Ronald James Padovana che ha generato, fatto crescere, nutrito e custodito Ronnie James Dio. E che poi, a un certo punto, se lo è portato via.

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