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In ricordo di Carlo Vanzina

È passato qualche giorno dalla prematura dipartita di Carlo Vanzina (Roma 13/03/1951, Roma 08/07/2018), si è placata la canea di detrattori e fan sfegatati che in ogni dove hanno ingaggiato (tragiche) battaglie verbali volte ad annichilire l’avversario in una gara a chi urla più forte, si può guardare all’opera del più celebre regista italiano degli ultimi quarant’anni con quel minimo distacco necessario per un’analisi equilibrata. Più celebre (togliamo Argento che ha iniziato circa un decennio prima) e unico cineasta, appunto, universalmente conosciuto da tutti gli strati del pubblico cinematografico, dagli spettatori più episodici a quelli più raffinati, che di solito hanno smesso di vederne i film intorno alla maggiore età, a qualsiasi periodo della carriera di Vanzina il raggiungimento di questa corrisponda.

Figlio del grande Steno, da sempre in coppia artistica con il fratello Enrico, inutile soffermarsi su questi cenni biografici stranoti, consultabili comunque e dovunque, Wikipedia (fin quando rimarrà aperta) in primis. Qui vogliamo tentare di tracciare qualche percorso stilistico e tematico all’interno degli oltre sessanta prodotti audiovisivi diretti da Carlo e sceneggiati insieme ed Enrico, numero incredibile per il cinema italiano di cui hanno fatto parte, sempre più asfittico, sempre meno industriale, con sporadiche “ripresine”, spesso soltanto singoli buoni film, che ogni volta portano inevitabilmente ad annunci di rinascite puntualmente mai finalizzate. I Vanzina non sono riusciti a raccogliere le eredità “pesanti” (il padre, Monicelli, Risi) ma hanno invece traghettato benissimo, almeno nella prima parte della loro carriera, le commedie di costume leggere dei Mastrocinque, Mattoli, Bianchi direttamente nei “ruggenti” anni Ottanta. Il primo “Vacanze di Natale” del 1983 (quello con le battute più belle, i personaggi meglio tratteggiati) non è altro che una sorta di rifacimento di “Vacanze d’inverno” (1959) che aveva nel cast, tra gli altri, proprio Vittorio De Sica, padre di Christian, tra i protagonisti di quel film e di tanti altri (ma non quanti credereste) della Nostra coppia. Una storia di padri e figli continua, la loro carriera, fuori e dentro lo schermo.

Uno dei loro film più belli, “Il cielo in una stanza”, fa incontrare padre e figlio negli anni Sessanta, con il secondo (Gabriele “Jeeg Robot” Mainetti!) che torna indietro nel tempo, con un’insensato, pedestre e insieme liberissimo stacco di montaggio, per scoprire che anche suo padre (Ricky Tognazzi) è stato un giovane svagato e scapestrato (ma più timido) come lui (Elio Germano). Una strana operazione, che raggiunge il proprio scopo e che v’invito a recuperare. Il tentativo di replicare il modello qualche anno dopo, sostituendo i Novanta ai Sessanta, “Torno indietro e cambio vita”, con la coppia Raoul Bova /Ricky Memphis, non andrà altrettanto bene. Il motivo è semplice, probabilmente: ragazzi nei Sessanta, giovani “viveur” negli Ottanta, sono queste le due decadi che i Vanzina conoscono meglio e che sanno parodiare, i Sessanta con il filtro dolciastro della nostalgia, gli Ottanta con il cinico sguardo dell’intellettuale borghese che tratteggia sdegnato tipi e mostri della contemporaneità. Sì, avete capito bene: intellettuale, anche se autore del cinema più anti intellettuale, nella sua percezione, possibile. Mancano i Settanta? Sì, perché in quegli anni, per loro, c’era poco da scherzare.

Cerchiamo da qui in poi di smetterla con i verbi al plurale, che poi altrimenti, con una cinica battutaccia che vorrebbe essere “vanziniana”, alla morte di Enrico cosa scriviamo? Andiamo e rintracciare un’altra suggestione, un’altra traiettoria che possa accomunare più film. C’è una celebre foto che ritrae i fratelli Vanzina piccolissimi sul set di “Un americano a Roma”, diretto dal padre Stefano, in braccio ad Alberto Sordi. Nando Meliconi, il protagonista di quel film, viveva nel costante mito dell”Ammmerica, dei jeans, dei western, del baseball, del Kansas City, mai raggiunta e solo immaginata. Ed ecco che la macchina da presa di Vanzina, invece, attraversa l’oceano e insegue la fascinazione delle grandi vallate, delle mille luci di Las Vegas, della West Coast cantata dagli adorati Beach Boys con “Vacanze in America” “Sognando la California” (anche qualche anno fa con “Mai Stati Uniti”, ma qui abbiamo deciso che dei film brutti e bruttissimi, che di certo non mancano, si parla il meno possibile), prima i liceali capitanati dal mitico don Buro ciociaro di Christian De Sica, poi gli ex compagni d’università in libera uscita da mogli e carriere (Fassari, Frassica, Boldi e il comunista “sfigato” Ferrini).

Perché Carlo Vanzina aveva i ritmi di lavoro, l’attitudine imprenditoriale e il gusto per la citazione direttamente provenienti dai quintali di cinema statunitense ingurgitati da semplice cinefilo, il suo personale “vorrei ma non posso” passa da lì. Un esempio: il finale di uno dei cinepanettoni più folli, “A spasso nel tempo”cita direttamente quello di “Avvenne domani” di Renè Clair. E poi c’è il pressochè unico tentativo di buddy-movie “Piedipiatti”, con la coppia Pozzetto-Montesano, il simil heist movie alla “Colpo grosso” (“Non si ruba a casa dei ladri”), “I fichissimi” guerrieri della notte, persino tanti sequel (“Il ritorno del Monnezza”, “Febbre da cavallo – La mandrakata”, “Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata”), operazione più consuete negli Usa che qui da noi. Quando la costrizione, invece, ad adagiarsi sulle “pochade” nostrane, unita all’indolente pigrizia segno distintivo di un certo tipo di romanità che con la sua dipartita tende ancora più a scomparire, la faceva da padrone, ecco che la svogliatezza della messa in scena, la ripetizione di schemi conosciuti, e per questo iper rodati, prendeva inevitabilmente il sopravvento, specie nei film diretti nel XXI secolo, se escludiamo “Il pranzo della domenica”.

Un capitolo a parte potrebbe essere dedicato alla direzione degli attori, gli inizi con i Gatti di Vicolo Miracoli (con Jerry Calà presto ingaggiato anche da “solista”), lo sfruttamento intensivo del “terrunciello” di Abatantuono, le comparsate di grandi star internazionali in ruoli da spalla (Leslie NielsenRupert Everett), l’unico Ezio Greggio sopportabile della sua (troppo) lunga carriera, il recupero in chiave slapstick di uno stanchissimo Paolo Villaggio, e potremmo continuare a lungo.

Volenti o nolenti (noi siamo convintamente volenti) Carlo Vanzina ha attraversato un periodo della nostra vita e del nostro Paese, rappresentativo di una decade italica almeno quanto lo è stato il Gordon Gekko di Michael Douglas per gli spettatori di tutto il mondo. Per Carlo Vanzina il mondo era sempre uno scenario per le miserevoli meschinità italiane, la quinta dove questi cialtroni, egoisti, casinisti e (spesso) adorabili cittadini del Belpaese continuavano a portarsi appresso le proprie grettezze e meschinità, incapaci di liberarsene anche solo per poco tempo. È insieme il grande limite e il grande pregio del suo cinema, quello di raccontare bene le “nostre” derive, ma sempre e solo le nostre, nostre anche nel senso di classiche, immutabili, col fiorentino che “porta un bacione a Firenze”, il milanese che “taaaac” (che scoperta sensazionale quella del caratterista Guido Nicheli) e sgomma con l’automobile, il sardo col monociglio e il siciliano geloso.

Resta al fratello Enrico, ora, l’onere di scrivere il film che forse avrebbero dovuto fare già da tempo, l’unico che volevamo davvero ancora da loro: un film sul “Marc’Aurelio”, la rivista satirica che nel dopoguerra svezzò la grande generazione che poi edificò dalle basi la nostra commedia, Marchesi, Scola, Fellini, Zavattini, Age & Scarpelli e, naturalmente, papà Steno. Ce ne aveva dato un assaggio Scola nel suo ultimo film, “Che strano chiamarsi Federico”, di quella redazione, di quella creatività febbrile e rivoluzionaria. Che ulteriore bella storia sarebbe stata, di padri e figli naturali e artistici, con i set e la vita ad intrecciarsi ancora una volta …  Buon ultimo viaggio Carlo, che la terra ti sia lieve.

 

 

 

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