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In the Market: La risposta italiana a Hostel

È proprio vero, in Italia dopo Dario Argento il genere horror riprende nuova linfa vitale, e non grazie al circuito mainstream. Sono i giovani, spesso esordienti, che hanno il coraggio di sperimentare e sprovincializzarsi. Imbevuti di cinefilia e con una passione viscerale per il pulp e i B movies e, va da sé, per il regista cult che ha saputo shakerarli in modo geniale, Quentin Tarantino, questi videomakers del cinema underground escono dal conformismo del cinema italiano realizzando film low-budget che girano festival internazionali e in qualche caso riescono ad uscire dall’anonimato e farsi strada nell’ambito della distribuzione nazionale.

È il caso di “In The Market“, il cui biglietto da visita è: “la risposta italiana a Hostel e Saw”. Ambizioso. Non tanto perché si ispira a discutibili capolavori del cinema horror, ma perché se la deve vedere con i loro favolosi incassi al botteghino. Opera prima di Lorenzo Lombardi, giovane regista per il quale si sono spesi con frasi entusiastiche tutto il settore web specializzato e anche Ruggero Deodato, un altro grande del cinema horror, che ha definito “In The Market” «un bel saggio di sadismo». Forte della vittoria riportata al Mexico International Film Festival di Rosarito, questo horror splatter è approdato nella capitale, al Nuovo Cinema Aquila. Protagonista Ottaviano Blitch, già visto in un altro horror made in Italy, “Shadow” di Federico Zampaglione, che qui fornisce un’altra convincente interpretazione.

Ispirato ad una storia vera accaduta qualche anno fa in Texas, “In The Market” racconta la storia di tre ragazzi in viaggio, senza meta, dove nulla è certo, tranne il concerto dei GTO. Dopo aver subito una rapina, decidono di nascondersi in un market per passare la notte e organizzare un festino con tutto ciò che riescono a raccattare dagli scaffali. Perché fa molto figo. Sfortunatamente per loro, il market annovera tra i suoi dipendenti non un normale e affabile macellaio, ma un sanguinario cannibale che si diletta a vendere carne umana.

La prima parte del film è organizzata secondo il modello del genere on the road del cinema americano, ma girato tra le montagne italiane, anche se il film è ambientato in Inghilterra. Ci sono un po’ tutti gli stereotipi del genere spalmati in dialoghi tanto banali quanto lunghi. Tre ragazzi in jeep che provano il brivido di un viaggio senza meta, che ovviamente fuggono da se stessi, e per esorcizzare l’inquietudine fomentata dall’isolamento del luogo in cui si trovano, si raccontano leggende metropolitane. La visione è particolarmente consigliata agli adolescenti delle scuole medie durante le classiche serate in casa con “film horror” più eventuale seduta spiritica. Detto ciò, è affascinante la visione di una campagna italiana un po’ western, con il topos del market in mezzo al deserto e con dentro il tipo strano. Con un omaggio esplicito a Tarantino e al suo cinema più pulp, quello di “Grindhouse”.

La tensione è costruita ad arte fin dalla prima inquadratura. Ciò che rappresenta una minaccia viene sempre prima suggerito, sta allo spettatore essere attento coglierlo. La scena fondamentale, quella in cui la storia cambia registro, appare però fuori luogo, o meglio fuori tono. Fino a quel momento i tre ragazzi ci erano sembrati tutto sommato normali. Un po’ scemi, ma normalissimi. Ed ecco che uno di loro ha il lampo di genio: nascondersi nel market per non andare in motel e scroccare cibo, e alcool soprattutto. Nessuno gli obietta che è un cretino e tutti lo seguono. Ora, qui non si discute la stupidità della scelta in sé. Fa parte del gioco di genere, sarebbe sciocco irrigidirsi. Ma per come è stato costruito il film fino a quel punto, e costruiti i personaggi, è una scena che non regge.

Da lì è un crescendo verso la mattanza: e vai con lo splatter. Lo psicopatico di turno ha il vizio del cannibalismo, per cui i palati forti avranno di che deliziarsi. Ottaviano Blitch costruisce un personaggio convincente. Così come gli effetti speciali del maestro Sergio Stivaletti, di fama internazionale e conosciuto a tutti come stretto collaboratore di Dario Argento. Originale la scelta del sogno di fuga dall’orrore di una delle protagoniste, laddove un horror americano avrebbe optato per la soluzione più banale.

Potrebbe essere benissimo un successo commerciale questo horror, che non ha molto da invidiare a “Hostel” e “Saw,” tranne la visibile povertà di mezzi.

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