Home > Recensioni > In The Woods…: Strange In Stereo

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Il cuore del bosco è di velluto rosso

Nel 1999 la band compie l’ultimo passo evolutivo realizzando quello che rimane il suo lavoro più criptico e difficile, ma anche il più appagante a lungo termine. Entrare in “Strange In Stereo” è un’impresa ardua ed è anche per questo che alla fine l’ascolto sarà stato gratificante, per la consapevolezza di essere arrivati a capo di qualcosa di unico, che in qualche modo è diventato “vostro”. Creato e concepito in funzione di un’atmosfera misteriosa, quasi fittizia, ma viva e passionale, l’album abbandona il passato black e parte da basi musicali ampie quanto la distanza che c’è tra il doom e l’elettro pop, tra il rock psichedelico ed il metal, tra il dark/ambient ed un intenso groove rockeggiante e evocativo, quasi a creare un allucinato, disturbante (very) alternative psy-rock. Guardandoci attorno scopriamo l’ombra onnipresente dei Pink Floyd, ma è solo un ricordo sbiadito in un quadro che ha tutta un’altra prospettiva, che riesce a crearsi una nicchia cupa e oscura, evocando sensazioni surreali e stranianti con la stessa intensità di arti come il cinema o la pittura. Un album che vive oltre la propria musica, richiamando visioni nitide e finalmente originali, forti di uno sperimentalismo ispirato e – per questo – riuscito. I brani crescono lentamente, ogni anello è concatenato e subordinato al successivo, fino a sbocciare in una rosa di melodia o autodistruggersi in una silenziosa deflagrazione. Difficile trovare l’elemento chiave quando tutti i membri sono uniti per raggiungere il medesimo scopo, ma certo non si può non citare la prestazione dei vocalist, capaci di suscitare veri e propri brividi lungo la schiena. Uno di quegli album dei quali vi troverete ad amare ogni singola canzone, di più, ogni singola nota, che ripagherà con gli interessi tutto lo sforzo del quale necessita per essere compreso e che ha una longevità praticamente illimitata, data dai pezzi che non finiranno mai di rivelarsi sotto una nuova luce. Come se i brani crescessero poco alla volta, o come se noi crescessimo poco alla volta mentre li ascoltiamo.

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