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In tour con gloria

Il momento è di quelli favorevoli per i Kamelot: dopo tanti anni di carriera consumati a suon di album validi, ma fermi alla porta del successo, da “Karma” in poi non hanno fatto che infilare successi. È nel pieno di questa manna che si incastona questo tour che celebra il successo ottenuto dall’ultimo “Ghost Opera”, recentemente riproposto in una seconda e contraddittoria riedizione.
Per l’occasione fanno da apripista in primis gli iberici Forever Slave, band neo-gothic che in sede live non ha poi molto da offrire aoltre alle desnude cosce della frontgirl e alla sua acconciatura in stile Avril Lavigne. La sensazione è che il combo abbia avuto poca cura del proprio live sound, poiché la breve esibizione non lascia tracce sul taccuino e svolge il solo scopo di tiepido warm-up per i presenti.
Il secondo nome a comparire sul palco dell’Alcatraz è di tutt’altra pasta. I greci Firewind sembrano nati per la folla e si prendono prepotentemente la scena senza indugi. Efficienti, compatti e desiderosi di trarre dai loro strumenti tutta la potenza necessaria a radere al suolo la sala. “We’re Firewind, and we’re dangerous”: questo lo slogan con cui si presentano e medesimo è il concetto che esprimono attraverso la loro compatta esibizione. Non mancano i supporter venuti apposta per lo show degli ellenici, che faticano ad arrendersi quando inevitabilmente il palco si vuota per la seconda volta; gli headliner sono alla porta.

L’atmosfera è già quella delle grandi occasioni, ma tanto per non lasciare nulla al caso, i Kamelot si presentano subito con una sorpresa: il concerto viene introdotto da “Solitarie”, eseguita da una violinista in maschera, cui poi segue naturalmente “Rule The World”. Pretendere un tour con un’orchestra al seguito è certamente un pensiero che solo chi non ha vagamente idea del costo logistico di un’operazione del genere potrebbe concepire. Il 99% delle band avrebbe però ripiegato su di un’intro mandata come base dal fonico di sala. Per una volta invece ecco una concessione scenica a favore dello spettacolo e a scapito del budget dell’organizzazione.
Con il concerto ormai avviato, i più osannati sembrano essere, come preventivato, Thomas Youngblood e Kahn, mentre quasi nessuno si accorge della mancanza sul palco del bassista Glenn Barry, rimpiazzato per l’occasione da un suo quasi sosia che trae in inganno gran parte del pubblico.
L’abito, la voce calda e tenebrosa e, non per ultimo, il forte carisma di Kahn concentrano l’attenzione sul vocalist, che pare compiacersi non poco del suo fortunato magnetismo. Altrettanta considerazione meritano però gli altri membri. Youngblood è la certezza che tutti si aspettano, Palotai alle tastiere si rende protagonista di un’esecuzione priva di sbavature, esprimendo tutta la pulizia tecnica degna di maestro di musica. Maggior rimarco vogliamo dare però all’esecuzione alle pelli di Grillo; l’italo-americano eccelle per purezza ed eleganza dei suoni, senza sacrificare la sua presenza scenica, adiuvato anche dal particolare sviluppo verticale della sezione dei piatti, che lo mantiene praticamene sempre ben visibile dal pubblico. La scaletta è sapiente e variegata e soddisfa gli appetiti di quasi tutti i presenti (“Elizabeth” è forse l’unico pezzo richiesto a gran voce a mancare all’appello).
Il doppio encore in chiusura è l’occasione per un tripudio prolungato del pubblico e per un paio di considerazioni finali: i Kamelot dimostrano di essere diventati un grande nome, che coinvolge un numero sempre maggiore di persone, e soprattutto di essere dei veri professionisti della musica, al massimo della loro parabola artistica e commerciale.

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