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Incanto e Disincanto

Il nome Agghiastru è facilmente noto: alle spalle si lascia una moria di gruppi black e non-completamente-black da lui capitanati che sono riusciti a dar vita alla cosiddetta scena black mediterranea; non approfondiremo il fatto che siano sempre i soliti quattro gatti che girano cambiando di volta in volta nome e, quando va bene, anche genere. Ciò detto, alla notizia di un progetto solista di una delle menti più prolifiche della Sicilia, la curiosità è innegabile; a coloro che speravano in qualcosa ancora in chiave black diciamo subito di volgere lo sguardo altrove – d’altronde, come detto prima, il versante di black e derivati quest’uomo lo ha già sperimentato in lungo e in largo.

La proposta musicale prima di “Incantu” e poi di “Disincantu” è slegata non solo dal black, ma dal metal in generale; sembra di trovarci più al cospetto di una raccolta di ballate folkloristiche dai toni decadenti e, talvolta, ci si ritrova a cogliere in Agghiastru qualche nota di un De Andrè (paragone decisamente ardito) un po’ meno genovese. D’altronde non serve conoscere il dialetto siciliano per accorgersi che le tematiche di “Incantu” non sono tra le più felici: amore, morte, sangue si alternano sul palcoscenico tematico di questi due album chiarissimamente collegati, in un susseguirsi di nenie e melodie al limite con la cantilena. In “Disincantu” l’atmosfera è meno mesta e così le musiche, decisamente più vitali e rilassate, tanto che spesso sembra di ritrovarsi ad una sagra di qualche paesino impronunciabile. Che questo sia dovuto alla allegra brigata di artisti che sono ospitati su questo album?

La voce dell’artista si può concedere tonalità prima sconosciute, il pianoforte è stato tirato fuori dallo sgabuzzino e accordato per l’occasione, il face painting premurosamente nascosto sotto al letto. Questa metamorfosi non tradisce però i punti chiave dell’arte di Agghiastru, che si basa sui solidi pilastri della tradizione e si esplicita con l’utilizzo quasi morboso del dialetto siciliano… anche i più restii non potranno negare che la musicalità di quest’ultimo sopperisce alla totale incomprensibilità dello stesso. Ottima cura della produzione, un po’ meno ottima la varietà delle canzoni: sconsigliato l’ascolto dei due album di seguito per scongiurare l’insorgere della sindrome del già sentito. Dovesse comunque giungere ugualmente durante le ultime cinque tracce di “Incantu”, tranquilli: sono effettivamente canzoni degli Inchiuvatu rivisitate per l’occasione!

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