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Incontro con César Augusto Acevedo, regista di Un mondo fragile

Premiato con la Caméra d’Or alla migliore opera prima al Festival di Cannes 2015, “La tierra y la sombra”, dal 24 settembre nelle sale italiane con il titolo “Un mondo fragile” è lo straordinario lungometraggio di debutto del 28enne regista e sceneggiatore colombiano César Augusto AcevedoUn film che, attraverso le vicende di una famiglia di corteros (i tagliatori di canne da zucchero) della Valle del Cauca, ci offre una riflessione consapevole sull’importanza delle proprie radici e una limpida rappresentazione dei problemi causati dall’industria dello zucchero nella regione (qui la nostra recensione).

Abbiamo incontrato César Augusto Acevedo, ospitato dal padiglione Colombia all’Expo 2015, nel corso di un incontro di presentazione della nuova Legge sul Cinema del 2012, alla presenza di Marcela Astudillo di Procolombia (ente per la promozione turistica della Colombia all’estero) e Juan Sebastian Sandino del MinTIC (ministero colombiano di tecnologia dell’informazione e comunicazione). Il film di Acevedo, infatti, è stato realizzato grazie ad una serie di agevolazioni volte alla promozione della Colombia come location ideale per le produzioni cinematografiche, che prevede la restituzione del 40% delle spese di produzione il 20% delle spese logistiche.

César Augusto Acevedo ci ha parlato della sua esperienza nella realizzazione del film, per lui dal forte valore sentimentale.

Sullo stato dell’industria cinematografica colombiana, Acevedo ha detto:

Fino a 13-14 anni fa in Colombia si realizzavano solo uno e due film l’anno, non c’era nessun tipo di industria. Grazie alla prima legge sul cinema, siamo arrivati a realizzarne sessanta. L’aumento della produzione ha permesso una forte specializzazione in campo cinematografico, alzando molto i livelli qualitativi. Questa legge ha permesso l’emergere di giovani registi che finalmente potevano raccontare quello che sentivano di voler raccontare. L’ho sperimentato io stesso e vi assicuro, non lavoro per il governo (ride, ndr). Naturalmente, per coprire i costi di progetto come questo servono molti soldi ed è stato necessario associarci anche a co-produzioni estere.  Questa legge ha fatto sì che l’industria cinematografica colombiana fosse riconosciuta a livello internazionale (“Un mondo fragile”, per esempio, è stato premiato a Cannes), anche se bisogna ammettere che, attirando le produzioni straniere che lavorano in dollari, alzando così i prezzi, sarà più favorevole per loro che per quelle locali. Ciò che vogliamo noi giovani registi colombiani, come atto d’amore e resistenza, è poter raccontare noi stessi e la realtà del nostro paese, superando la visione stereotipata di delinquenti e narcotrafficanti che danno di noi i film hollywoodiani. 

Qual è stata l’esperienza nella realizzazione pratica del film?

L’idea per “Un mondo fragile” è nata 8 anni prima di ottenere il finanziamento dello Stato. È un film che racconta del tentativo di ritrovare il legame con la propria terra e i propri affetti. Ma parla anche dei valori del popolo rurale, in cui si vede una forte voglia di riscatto sociale, e vuole denunciare i problemi legati all’industria dello zucchero, come lo sfruttamento della manodopera e del suolo: argomenti scomodi da affrontare nel nostro paese. Per questo, anche se ha avuto importanti riconoscimenti internazionali, non è stato facile lavorare al film in Colombia. Ad esempio, non avevamo il permesso di riprendere le piantagioni in cui i corteros lavorano, perché i responsabili dei campi non volevano che filmassimo le loro condizioni di lavoro. Non essendo riusciti a trovare l’appoggio finanziario degli investitori privati, solo il finanziamento del governo ci ha permesso di realizzare il film. Una volta ottenuto, abbiamo potuto mettere insieme la squadra, riuscendo così ad utilizzare la manodopera altamente qualificata che si è formata in questi anni nel nostro paese.

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Da quale esigenza nasce “Un mondo fragile”, che dà grande risalto alla figura del piccolo Manuel e dei nonni?

È una pellicola autobiografica, che nasce da un dolore personale e dall’esigenza di ricostruire il rapporto con mio nonno e la mia famiglia. C’è un bambino che cresce nella devastazione e il ritorno di suo nonno Alfonso è un modo per recuperare il sapere ancestrale di una cultura contadina che si sta perdendo. Ho dato forte risalto alla figura della nonna Alicia, sul finale, per mostrare quanto la nostra storia e la nostra memoria siano legati strettamente alla nostra terra d’origine.

Pensi che il film, che rappresenta le difficili condizioni di lavoro imposte ai corteros in modo molto realistico, abbia anche un certo valore documentaristico?

Ho trattato solo uno dei molti aspetti della Colombia. Ho voluto raccontare questa lotta quotidiana dei contadini per il riscatto sociale, perché per me ha grande valore. Il film, però, vuole prima di tutto parlare di sentimenti. Sono partito da una situazione reale per raccontare una storia che non vuole dare risposte, ma generare domande. 

Quello che colpisce di più è il modo particolare in cui usi l’immagine per raccontare questa dimensione familiare, dando una grande importanza ad una fotografia in cui spesso le ombre prevalgono. Puoi parlaci meglio di questo aspetto?

È la storia di un contadino, Alfonso, che torna dopo anni nella sua terra di origine, ormai molto cambiata, ritrovando la sua famiglia, tra cui un figlio con cui non ha un buon rapporto e un nipote che non ha mai conosciuto. Il film mostra molto bene questo cambiamento nel paesaggio. È la storia di persone emozionalmente in difficoltà, che non riescono ad esprimere il loro disagio con le parole. Il modo più semplice per esteriorizzare i loro sentimenti era attraverso l’immagine, le luci, le ombre e i suoni. Al centro c’è la casa dove si ritrova questa famiglia, una metafora del loro legame. La fotografia molto pittorica è voluta. Per fare questo, abbiamo costruito la casa apposta per il film, ispirandoci ad artisti come Jean-François Millet e Andrew Wyeth.

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