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L’incontro con Joe Hisaishi al Far East Film Festival 2015

Dopo il concerto-evento di giovedì 23 aprile (qui il report) e dopo aver ricevuto il premio alla carriera dal Far East Film Festival, il compositore Joe Hisaishi, autore di colonne sonore per Hayao Miyazaki e Takeshi Kitano, è ancora a Udine, e ha incontrato i giornalisti per raccontare il suo lavoro e le sue idee, così prodigiosi agli occhi di tutti i suoi fan.

Abbiamo avuto l’impressione che durante l’esibizione di ieri in concerto si sia divertito molto: è vero?

Sì, anche se durante la prima parte sentivo ancora l’effetto destabilizzante del raffreddore che avevo preso prima. Ma a parte questo è stata una esperienza bellissima. Un concerto nasce dalla collaborazione fra un’orchestra e un pubblico, e ieri sera tutti noi siamo riusciti a creare un’esperienza positiva. Questo mi ha fatto felice.

Cosa significa per lei ricevere un premio alla carriera?

Quando qualcuno decide di darti un premio, lo si accetta sempre molto volentieri. Dà davvero molta gioia sapere di aver fatto qualcosa di positivo, e in questo caso mi dà una gioia ulteriore sapere di vedermelo riconosciuto anche in Italia.

Prima di comporre le sue colonne sonore ha la possibilità di leggere le sceneggiature o guardare gli storyboard?

Uno sguardo al copione è il primo passo che compio. Per me è importante avere un’immagine già definita dei contenuti. In seguito incontro il regista, per capire che tipo di film vuole realizzare, e cerco di scoprire ad esempio i movimenti dei personaggi, le scene più o meno veloci. Devo misurare questo tipo di tempi, è un elemento molto importante.

Al momento di registrare una colonna sonora è lei stesso a dirigere l’orchestra?

Sì, dirigo sempre io. Cerco di trasmettere quelle che io considero le sfumature necessarie. Non abbiamo mai molto tempo per registrare, quindi è importante che sia io a spiegarlo direttamente all’orchestra.

Lei compone la musica, dirige l’orchestra, e spesso suona il pianoforte nelle sue registrazioni e nei concerti: quale di queste attività preferisce?

Procediamo per esclusione: una cosa che non mi piace affatto è suonare il pianoforte. Anche condurre l’orchestra è faticoso: il direttore d’orchestra è da solo a scontrarsi con un centinaio di persone. Rimane la composizione, che è comunque l’attività più difficile. Spesso, quando sto componendo, non mi viene in mente nemmeno un’idea; altre volte le idee mi sorprendono durante la notte. Nonostante la difficoltà, questa sorpresa è un aspetto piacevole della composizione. Quindi possiamo dire che il mio titolo ufficiale è quello di compositore.

Lei ha lavorato con grandi registi, e di recente anche al remake di un film importante come “Tokyo Story” di Yasujiro Ozu (1953). Com’è stato prendere parte a un progetto del genere, e l’opera originale l’ha influenzata?

Yamada (Yoji Yamada, regista del remake “Tokyo Family”, 2013, inedito in Italia, ndr) ha sempre tenuto presente il capolavoro di Ozu mentre girava il suo remake. Io invece non ho voluto fare riferimenti all’opera originale. Ho cercato di creare una colonna sonora coinvolgente per il pubblico ma che allo stesso tempo servisse a proteggere la solitudine di questa coppia di anziani.

Lei è stato anche regista (di “Quartet”, 2001, inedito in Italia, ndr). Conoscere in prima persona questo mestiere ha cambiato il suo modo di relazionarsi ai registi da compositore?

Sì, mi sono cimentato anche con la regia, ma è stato molto faticoso. E in effetti poi è cambiato qualcosa, anche nel mio approccio alla musica, perché adesso tengo a mente anche le esigenze da regista. La musica comunque rimane qualcosa di molto diverso.

Le nuove tecnologie hanno cambiato il suo modo di lavorare rispetto agli inizi?

Sì, qualcosa hanno cambiato. La parte iniziale del mio lavoro è sempre fatta a mano, con me seduto al pianoforte. Ma ad esempio la trascrizione della musica ormai la faccio al computer. Ho il mio modo di usare le nuove tecnologie, ma cercando di ridurne l’uso al minimo indispensabile. Secondo me non è positivo farsi domare dalla tecnologia. Il risultato finale deve essere un riflesso della propria creazione personale, rimanendo quindi il più analogico possibile.

I capolavori di Hayao Miyazaki sono sempre ricchi di aereoplani, o di personaggi che volano. Quest’idea del volo cosa suscita in un musicista?

È vero, tante opere di Miya-san hanno delle scene di volo. Potremmo dire che, siccome volare è sempre stato il sogno dell’uomo, nelle mie intenzioni questa speranza è sempre connessa alle mie creazioni. Spesso a scene di volo molto dinamiche adatto della musica più lenta, così che questo contrasto ci induca a riflettere su questo sogno.

Qual è il suo rapporto con Takeshi Kitano, che invece è un mondo quasi opposto a quello delle produzioni Ghibli?

Le opere di Miyazaki e dello studio Ghibli sono film d’animazione, e al momento di comporre ho sempre pensato immediatamente a melodie. Ma sin da giovane sono stato interessato alla musica contemporanea minimalista, e è questo il genere di musica che utilizzo, invece, con i film di Takeshi Kitano.

Lei ha studiato violino e composizione in un contesto occidentale. Qual è allora il rapporto della sua musica con la cultura classica giapponese?

Non classica. Direi tradizionale. E il rapporto con questa cultura tradizionale in Giappone non esiste quasi più. È una cosa a cui penso spesso. I primi influssi occidentali arrivarono in Giappone durante il cosiddetto periodo “sakoku” (il periodo di totale chiusura al mondo del Giappone fra il XVII e XIX secolo, ndr), quando le uniche influenze occidentali passavano per Dejima (sede di una fabbrica olandese nella baia di Nagasaki, ndr). Ma dopo l’arrivo degli americani alla fine della Seconda guerra mondiale è iniziato il vero periodo di rottura con la tradizione. La storia giapponese è particolare, non ha più un ponte di collegamento fra la cultura tradizionale e quella contemporanea.

Conosce la musica tradizionale italiana? Ha avuto qualche influenza sul suo lavoro?

Sì, ascolto Verdi, Puccini… Quando si parla dell’Opera italiana, parliamo di composizioni con melodie estremamente definite, e questo lo apprezzo molto; conferisce un aspetto luminoso, positivo alle composizioni. Al tempo stesso hanno anche una tonalità che va spesso in contrasto con questa positività.

Continua le sue attività di beneficenza in giro per il mondo per sensibilizzare sulla tragedia del terremoto in Giappone? Crede che la centrale nucleare di Fukushima sia sicura adesso?

Continuo a fare queste attività di beneficenza da cittadino giapponese sempre al massimo delle mie possibilità, ma non sono affatto ottimista. Ci sono problemi profondi che nessuno ha ancora voluto portare all’attenzione del pubblico e che potrebbero spuntare in un secondo momento, portando a nuove crisi. In generale, non sappiamo davvero se l’energia nucleare sia così pulita, e se le zone contaminate dalle radiazioni dovute a questi incidenti sia davvero possibile bonificarle.

Se potesse collaborare con un regista non giapponese, avrebbe delle preferenze?

È fondamentale che in chi realizza il film ci sia l’intenzione di considerare la colonna sonora come un’opera musicale con la sua dignità. Mi basta che il regista abbia questa intenzione, e io sarei felicissimo di collaborarci. Purtroppo sono molte le opere in cui la musica viene trattata come un prodotto di post-produzione e interamente dipendente dalle necessità del film. Con quel tipo di regia io non sono interessato a collaborare.

Alla fine della prima parte del concerto di ieri sera, coerentemente con il suo percorso di ricerca, erano presenti due sue composizioni originali di genere minimalista. Come ci ha ricordato, lei si è avvicinato già da giovane al minimalismo, anche se la sua fama è dovuta alle lunghe melodie della musica per film. Ma chi è musicista si accorge che l’elemento minimalista è presente anche nelle sue composizioni più melodiche. Cosa è nato prima? È stato il minimalismo a influenzare il suo lavoro per il cinema, o è grazie al cinema che è arrivato al minimalismo? E quali sono gli autori minimalisti più interessanti per lei, sulla scena contemporanea?

Io non mi ritengo un compositore di opere melodiche, proprio perché sono più vicino al minimalismo. Poi nel 1983, componendo le musiche di “Nausicaa della valle del vento”, mi sono accorto che in effetti potevo scrivere anche buona musica melodica! Da allora credo di aver sempre continuato a fare avanti e indietro fra questi generi, perché in effetti è proprio così che creo. Nelle opere più recenti devo avere un approccio più contemporaneo, e allora devo inclinarmi più verso il minimalismo che a elementi musicali di intrattenimento. Fra gli autori minimalisti più interessanti al momento ci sono gli americani come John Adams, di cui dirigerò io stesso alcune opere da camera quest’autunno. Nelle prossime settimane invece andrò a dirigere le opere dell’estone Arvo Pärt. Fra i giovani americani che apprezzo molto ci sono Nico Muhly e Bryce Dessner, che vorrei far conoscere a più gente possibile.

A proposito del Gelso d’oro, il premio alla carriera che ha appena ricevuto dal Far East Film Festival, cosa vorrebbe che il mondo ricordasse della sua carriera trentennale?

Devo essere sincero, non ci ho mai pensato (ride, ndr). Non sono molto interessato al mio passato. Quando dirigo i miei concerti, come quello di ieri, e devo quindi selezionare fra la mia produzione passata, posso avere qualche ricordo che riaffiora all’improvviso, ma mi manca la curiosità rispetto a quei brani; non mi incuriosiscono come invece fanno le nuove idee ancora da comporre. Il lavoro futuro è ciò che mi spinge a continuare. E se in futuro nessuno si ricordasse più dei miei brani, beh, va bene così.

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